Normanno da "O il capriccio o il fato"
(Normanno ‘93 autoritratto)
Trènos per cosmonauti sovietici
Pensando allo stare su un greto
tra odorose conchiglie fruscianti steli
con sulle labbra la strenua fragranza
dei Sali, nelle orecchie il tamburio
delle navi fameliche! Gabbiani
di perlaceo piumaggio, calcareo strido
volare sopra di noi silenziosi
lungo la riva del mare loquace e congruo!…
E fossero pur piombate a terra
con strepito le Piramidi o i ponti
spavaldi di Manhattan la temeraria,
allora, quando le tegole del Sole
né sofismi né venti avrebbero scosso,
o dopo, quando caprino tanfo avrebbero
offerto le sconquassate case a Demetra,
nessun fastidio avrebbe segnato
la leggera corteccia del mio orecchio,
nessuna moneta mi avrebbe comprato
una stilla di pianto, un “oh!” desolato!…
Impresa grande sopravvivere agli estremi
delle stagioni, all’invadenza delle maree,
siglando aforismi diari, graffiando simboli;
sfuggire alla lama del vento
in altopiani, in calanchi, in abissi
con indumenti di lana o di stoppa!…
E in un attimo voi, cari, capiste
cosa contengono tutte le angosce
dei viaggi, di traslochi, dei rapimenti;
capiste il pianto della serva licenziata
e il dispetto della recluta comandata,
la torva malinconia del detenuto
e l’isterico riso del superstite
assordato, smagrito, bruciacchiato,
la querimonia del cane estromesso,
l’occhio mite del bue segregato,
tutti gli anonimi fascini dei macelli!…
Pensando allo stare in poltrone
damascate, con crivelli enigmatici
tra le mani, sorteggiando o pasteggiando
le vite delle tribù raccolte presso
una frana o una fonte! Fissare insegne
da usarsi in pochi anni o in generazioni
tra miasmi di canfore o di muffe,
tramandole di private convenienze!
Qua, in questa nostra angusta crosta
Friabile, velata da grasse scorie,
spaccata dalle macchine irriverenti,
orbata dei figli animali,
oltraggiata nel costume dei ragionevoli,
arsa nei boschi, invasa nelle montagne,
rigata per giuoco da fanciulli criminali,
fatta deserta di ingenui viventi
tra le onde, nell’aria, tra le erbe,
comprata e rivenduta da sovrani
isterici, smaniosi, prepotenti!
Impresa grande perdonare il debole,
palpeggiare la spalla al ladro pentito,
sorridere riguardando le schegge vitree
iridescenti delle nostre lenti
di miope, di temerario, di rassegnato,
colpite di pugno del Titano!…
Dunque un ermetico ghigno avrà brillato,
nei funebri musei della nostra storia,
sopra i crani sdentati degli oranghi,
dei sauri, dei cetacei, dei marsupiali,
quando sulle violette borse i vostri
umidi occhi si sono serrati
a questa cardiopatica potenza…
Era la sacra vendetta dei moduli eterni
ad adattare sul segreto cosmico
il nostro miope mistero, il blioso dubbio?
Se c’è limitata scelta (o c’è, ormai!…),
preferisco voi vittime, la Natura superstite!…
(Cagliari, 8 Luglio 1971)
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A fregiarsi del titolo di epigoni – Da “Liminaria”
Il giorno dopo la gara dei ciclisti
le siepi di vitalba apparivano invase
dai biocchi bianchi di bava sputata
dai ragazzetti agonisti alle finestre
dell’afa domenicale con rabbia sadica.
L’aurora vestì camicie inamidate;
si affacciarono spettri alle mansarde
chiedendo gli ultimi calibri della storia
percorsa elegantemente dalle gazzette…
Io, setacciando la valle Garfagnana
come un antico pellegrino, avevo
alle porte di Lucca intimamente
compreso nella luce e nel marasma
cosa gorgoglia nel canto spiegato di Mignon:
quelle note di alba australe,
le cavalcate al margine degli oceani,
le sofferenze di Gaugain prodotte
sull’altra ampolla vitrea della clessidra!
E avevo visto donne scarmigliate
distribuire orciuoli di acqua diaccia,
lontano da tutti gli sguardi dei giuri,
a questo o a quello degli irsuti contendenti;
avevo scorto fanciulle impermalite
strepitare meccaniche di inganno
ad ogni transito della ronda cicalante,
raccolto il loro invito disumano
a una vittoria “costo quel che costi”
Perciò, poi, solo, ritto accanto all’urna
di te, Ilaria, nel tepore della chiesa
e nel verde silenzio vespertino
tramato dalle superstiti vocazioni,
quando provvidenziali refezioni
irroravano gli ultimi affamati,
come irrazionalmente provocando
il mio puro amore che giaceva lontano,
dolorante, ho domandato:
“Tu che sapevi di giuochi di erotismo?
Quanta bontà sgorgava nel tuo giorno
da tante repressioni del primo istinto
e quanto si misurava sugli aforismi
platonici, nei meriggi penetrati
da tutti i sornioni effluvi di glicini e tigli?…
La tua morte immatura è proprio un fiore
maligno di papille non sfiorate,
di temerari giudizi non covati!…
Guarda come hanno leso questa Natura
perché nell’altoparlante la voce roca
possa ben declamare il nostro diritto
a fregiarci il titolo di epigoni estremi,
di maestri di buona vita!
Nei silenzi cullati dai telai,
nelle attese scandite da letture
la tua bellezza fu forzata al gusto
del bene, dell’equilibrio, dell’amicizia!”
(Lucca, 29 Luglio 1974)
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E dunque nella parcella catastale
che nutre il modesto orto del mio scetticismo
per tante insane promesse dell’estro civile
un brulichio di voci e di tensioni
anima il poggio verde,la zolla bruna.
Si espandono per deserti e per foreste
gli appelli ed i messaggi, voti e minacce,
calcoli estremi di meriti e di colpe
sono stenteoreamente declamati
oppure scaltramente alterati e occultati
da alcuni fortunati o da avventurieri.
…Sui tratti fisionomici indiscernibili
emerge il sigillo vocale inimitabile,
l’impronta di ciascun pollice denuncia
i caratteri vani tuttavia unici
di sfruttate,spossate identità…
-Quella prostituitasi con la mosca,
quella carpita dal rovo no, Signore;
la nutritasi in fango, no, Signore,
non redimerla, non beatificarla!
Abbi la massima stima del tuo genio,
non farlo sgretolare a tante miserie!
Se bene impiegherai il tuo Sacro Talento
vedrai utilmente restringersi il nostro convegno,
cordiali moniti potremo palleggiarci
tra scranno e scranno del Radioso Paradiso
con te Pantocrate noi degni superstiti.
Attraverso il tuo occhio scruteremo
il rogo delle storiche cataste
in cui è andata dispersa l’onda vitale
quando le moltitudini spronate
a razionale alacrità non seppero
più come conciliare istinto e ragione…-”
Normanno (Luigi Romano) nasce a Roma dove studia filosofia e musica, dal 1974 risiedi a Cori (Lt). Ha insegnato Filosofia e Lettere. Ha pubblicato tra il ’58 e il 62’ in riviste specializzate recensioni e studi sulle problematiche di massa. Agli inizi degli anni ’60 ha svolto intensa attività editoriale presso una nota casa editrice romana, redigendo tra le altre cose “storia della musica” enciclopedia per ragazzi. Nel 1962 una sua commedia “Il verde Giorgio” veniva selezionata in un concorso bandito dall’Istituto del Dramma Italiano.
Dalla metà degli anni sessanta si è dedicato alla pittura e fino al 1974 ha esposto in personali e collettive. In poesia ha pubblicato: Sintagma (1963) “Il miracolo intenso della casa” (De Luca 1971) “O Capriccio o il fato” (1973) “Avanguardia della primavera” (1974) “Liminaria” (1983) “Replicare alla sfinge” (Edizione del Leone, 1994) “Mentre uomini ed astri tornano in ciclo “(1995) “Urgenti per la fine alchimia” (Edizioni del Leone 1996) “Ellenica è la ragione” (Fermenti 1998)
“Poeta in Ninive” (Book Bologna, 1999)“Due poemetti: “Confessione fisiologica di Albrecht Durer e Quando Pierre Clastres decisenon più viver”e ( Fermenti 2001) “Da Alchera alla City” (Book Bologna, 2005).Sue poesie sono comparse in varie epoche su varie riviste: Scena illustrata, Arte e Poesia, Prospetti, Galleria, Tempo presente, Forum Italicum ecc). Dal 2008 si è quasi completamente impegnato nella composizione posizione musicale su computer.