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Orgiazzi legge Orgiazzi -
mixaggio brani curato da vaan
- Xantia -
musica: doors
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Sequenze di stagioni, inverni rossi ai tramonti vermouth allineati
questo è un presente spesso, più di quando camminavi per i viali di ossalati
del mio paese, su Smetana, sotto i tigli sterili alle cui fronde di dettagli
affiggemmo le nostre voci a mari, inconsistenti;
Alessandra che fosti Xantia, che trovasti la vittoria nell’estate dei vent’anni
le mani non combaciano e gli occhi le doti non sono che distanze e vani
cavalca alta sull’inverno la neve senza scendere e ingrossa il cielo
quieta a fondo in valico nei bui, le note e i sintomi della morte liberati in un incendio.
Appena fuori, sulla statale, s’accorcia il tempo.
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- La vita liquida -
musica: soft machine da “third”
Qui si sta ad ascoltare
giorni strisciare sul fondo abrasivo,
sul pavimento del bagno mai pulito, si perdono
chili, nozioni di cinema e fisica
vecchie canzoni di quando s’era marinai
bambini, eroi – i nastri rossi ai capelli
perdite idrauliche
unità di tempo arbitrarie
più danni di mesi, meno di anni
piastrelle crepate
“le so fissare per ore”
“ma è ora di pranzo”
grazie ancora di cuore di queste misure
la vita che liquida cola nelle fessure
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- NaN (Not a Number) -
musica: ravel ” adagio dal concerto in sol”
Ad Alice
Mi piacerebbe
morire vivere con te
ridare osso al collo e seppie
alla quiescenza
di morire scrivere di temporali;
c’è una sete al plasma senza
rese: cela il conto ed i fondali
c’è una ciminiera
che imbocca il cielo, c’erano
delle antenne
più distanti della musica
che non triangolavano le tare
a parabolica:
ma amare è lungo, hai detto, è
ricevere un messaggio,
attendere e ricombinare
due vuoti a un infinito
in un singolo passaggio.
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- Frammenti dal tempo concluso -
musica: porcupine tree “voyage 34″
Il piazzale, anche in santa pace
lo si faceva: stava, e insieme tradiva
lo sdegno di scorrere come il rumore
che si dice si senta nello spazio profondo
durante alcune piccole implosioni nel cosmo:
di corpi dispersi nel vuoto.
:
Il sole era aperto:
da lì, da quel torto,
da quell’otturazione del vento,
saliva la sera nel mondo,
come una marea di asfalto lasciato sul posto
dopo la fine di tutto, ovvero:
di operazioni contabili errate col cielo.
La chiusura, senz’altro, generava
giorni deformi: sabati enormi, per lo più;
percentuali abnormi di zelo
confuso col tempo, lasciato a patire là fuori.
:
Fino ad un certo momento
fummo noi ad accompagnare gli eventi,
i titoli grandi: il mondo;
poi discutemmo, sapemmo di farlo
con parole sbagliate. Piccole;
assurde come lividi sul piano
di un masso di marmo.
Come suoni lontani di esseri preistorici – strabici.
Macchine; presse, per altro:
una mandava le suppliche di essere spenta.
Calcolammo il rimpianto: nell’autunno
non era che affanno messo da parte
per i giorni migliori.
A boccheggiare su un fianco.
:
Eppure un essere minimo e tragico c’è.
Infimo, ci conduce nel franto,
le spalle buttate sopra la schiena
come un pastrano pesante, bagnato.
Un fascio di scuri preclusi,
di passi, di tombe di ragno.
Da lì non guardiamo:
la realtà non è il dato.
I prezzi risparmiano uomini a volte,
se si muovono cauti, tra il riso ed il pianto.
:
Aprendo le ante si scorge una lente.
Accanto, francobolli
raccolti in faldoni e sul fondo
piccoli secoli, si scuciono
l’uno dall’altro, leggendosi.
:
Ne estraggo uno a caso:
c’è ancora mia nonna, miope e stanca,
che regge la lente: legge sul retro
di luce, l’odore del pomeriggio
senza stagione, giallo di corpi disfatti nell’aria,
di domeniche rotte di fretta dal panorama.
:
Il tutto, settimanali, mensole, ninnoli,
si rincorre da solo:
la memoria pialla la terra – lo senti ? –
il piazzale.
Le parole sono inesatte, d’imprecisione furente:
i turni di storia sono a scalare.
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