progetto lettura 72 = marmo legge marmo
Chiara_De_Luca_bn - Chiara De Luca -
Inediti

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CENERE
Ho trascorso l’inverno nel contare
i quarantacinque battiti di un cuore
non era di passione l’aumentarenella notte fino a giungere
alle tempie ma la voce
dell’anima nera che ti chiama
e adesso messa all’angolo mi manca
come la metà di me
quella suicidanell’estate i corpi saranno fiamme alte
belle e insaziabili di sole

gli sguardi carezze o spigoli taglienti
occorrerà imparare
forse anche la gioia

chi mai vedrà la cenere
nell’ombra…

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*
Lascia che taglino le forbici
di luce il campanile delle chiese
e cucia il vento un passante
all’imponente cintura del cielo
ingrassato di caldo e di canto
s’imbeva il cotone di nuvole
d’un liquore aereo d’azzurro
pianga dagli occhi del soleal centro del cielo una fune
d’ocra giallo e arancione

che rompano code d’uccelli
la pallida scia d’un vecchio dolore

che non debba mai più estirparmi dal ventre
come un cancro un furioso

sentire innocentee non debba mai più abortire
ogni giorno come un figlio
l’amore.

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a Sabrina Foschini
guarda come rasoterra lievita
sotto asce d’ombra il pane
lieve della luce in Piazza Grande
sul tuo volto che dal buio
si riapre, prendo fiato
tra le rocce in gola si dischiuderà la faglia
della verità più offesa e scorsa
sottoterra, mentre rifacciamo il giro lungo
i portici deserti e io mi guardo intorno
quasi che l’aver forte vissuto
fosse stato un crimine impunito
tu sorridi e slancio occorre
alle parole, e quiete che fedele custodisca
questa sera chiara da deporti tra le mani
le ragioni della sete l’insaziata
supplice preghiera di un abbraccio
ampio un bene prepotente
sorella e madre e scrigno
Mi abbandona l’amore come da una brocca rotta
Acqua sono acqua seguo ed è
la voce tua che ne raccoglie
foglie e scaglie.

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*
Sotto la sottile pioggia senza suono
oggi lungo Via del Carrozzaio
non ci sono fuori neanche i capannelli
di stranieri usciti dalle imprese
a chiacchierare in cerchio in pausa pranzoMentre procediamo a stento
cozzano gli ombrelli alla rinfusa
s’incrociano le grida e c’inzuppiamo
ho Chicco stretto a fianco
e Titti appeso al braccio,
che sotto il cappelletto
rosso piange piano
se le auto non ci lasciano passaree penso che sarebbe stato bene
prendere negli occhi ieri un po’ di sole

ma lascio che s’imbevano le pieghe
dei jeans nelle pozzanghere

mi vedo nello specchio
di un camion parcheggiato e rido
dei capelli che mi scendono sul viso perché so
che ho i vostri passi strambi e dolci alle calcagna
e sempre qualche mano che mi stringe forte e che non molla.

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Chiara De Luca corre 10Biografia e Foto

massimo-orgiazzi- Orgiazzi legge Orgiazzi -
mixaggio brani curato da vaan
-  Xantia -
musica: doors
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Sequenze di stagioni, inverni rossi ai tramonti vermouth allineati
questo è un presente spesso, più di quando camminavi per i viali di ossalati
del mio paese, su Smetana, sotto i tigli sterili alle cui fronde di dettagli
affiggemmo le nostre voci a mari, inconsistenti;
Alessandra che fosti Xantia, che trovasti la vittoria nell’estate dei vent’anni
le mani non combaciano e gli occhi le doti non sono che distanze e vani
cavalca alta sull’inverno la neve senza scendere e ingrossa il cielo
quieta a fondo in valico nei bui, le note e i sintomi della morte liberati in un incendio.
Appena fuori, sulla statale, s’accorcia il tempo.

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- La vita liquida -
musica: soft machine da “third”
Qui si sta ad ascoltare
giorni strisciare sul fondo abrasivo,
sul pavimento del bagno mai pulito, si perdono
chili, nozioni di cinema e fisica
vecchie canzoni di quando s’era marinai
bambini, eroi – i nastri rossi ai capelli
perdite idrauliche
unità di tempo arbitrarie
più danni di mesi, meno di anni
piastrelle crepate
“le so fissare per ore”
“ma è ora di pranzo”
grazie ancora di cuore di queste misure
la vita che liquida cola nelle fessure

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- NaN (Not a Number) -
musica: ravel ” adagio dal concerto in sol”
Ad Alice
Mi piacerebbe
morire vivere con te
ridare osso al collo e seppie
alla quiescenza
di morire scrivere di temporali;
c’è una sete al plasma senza
rese: cela il conto ed i fondali
c’è una ciminiera
che imbocca il cielo, c’erano
delle antenne
più distanti della musica
che non triangolavano le tare
a parabolica:
ma amare è lungo, hai detto, è
ricevere un messaggio,
attendere e ricombinare
due vuoti a un infinito
in un singolo passaggio.

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- Frammenti dal tempo concluso -
musica: porcupine tree “voyage 34″
Il piazzale, anche in santa pace
lo si faceva: stava, e insieme tradiva
lo sdegno di scorrere come il rumore
che si dice si senta nello spazio profondo
durante alcune piccole implosioni nel cosmo:
di corpi dispersi nel vuoto.
:
Il sole era aperto:
da lì, da quel torto,
da quell’otturazione del vento,
saliva la sera nel mondo,
come una marea di asfalto lasciato sul posto
dopo la fine di tutto, ovvero:
di operazioni contabili errate col cielo.
La chiusura, senz’altro, generava
giorni deformi: sabati enormi, per lo più;
percentuali abnormi di zelo
confuso col tempo, lasciato a patire là fuori.
:
Fino ad un certo momento
fummo noi ad accompagnare gli eventi,
i titoli grandi: il mondo;
poi discutemmo, sapemmo di farlo
con parole sbagliate. Piccole;
assurde come lividi sul piano
di un masso di marmo.
Come suoni lontani di esseri preistorici – strabici.
Macchine; presse, per altro:
una mandava le suppliche di essere spenta.
Calcolammo il rimpianto: nell’autunno
non era che affanno messo da parte
per i giorni migliori.
A boccheggiare su un fianco.
:
Eppure un essere minimo e tragico c’è.
Infimo, ci conduce nel franto,
le spalle buttate sopra la schiena
come un pastrano pesante, bagnato.
Un fascio di scuri preclusi,
di passi, di tombe di ragno.
Da lì non guardiamo:
la realtà non è il dato.
I prezzi risparmiano uomini a volte,
se si muovono cauti, tra il riso ed il pianto.
:
Aprendo le ante si scorge una lente.
Accanto, francobolli
raccolti in faldoni e sul fondo
piccoli secoli, si scuciono
l’uno dall’altro, leggendosi.
:
Ne estraggo uno a caso:
c’è ancora mia nonna, miope e stanca,
che regge la lente: legge sul retro
di luce, l’odore del pomeriggio
senza stagione, giallo di corpi disfatti nell’aria,
di domeniche rotte di fretta dal panorama.
:
Il tutto, settimanali, mensole, ninnoli,
si rincorre da solo:
la memoria pialla la terra – lo senti ? –
il piazzale.
Le parole sono inesatte, d’imprecisione furente:
i turni di storia sono a scalare.

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leggi la biografia

Bio

aaaaaaa- Antonella Pizzo -

“Catasto ed altra specie” - FaraEditore

legge Anila Resuli

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-Sognammo nel ‘90 o giù di lì -

Il sogno era di un campo coltivato a girasoli
quadro di Van Gogh o distesa gialla e nera
ma si piantarono a dimora carciofi e fave
broccoli e cavolfiori, e niente fiori
alla fine s’alluparono le fave e furono fusti alti
e bocche strette, e non ci fu il raccolto
ma lo stesso grandinarono uova sode
e pane e lo stesso risero per quella sputacchiera
con preghiera di centrare:
in cartella grigia a memoria futura
circolare n. 3 del dopoguerra.

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- Cesare, invece, volò nell’agosto ‘82 -

Se vita fu tragica chiedere
conto in altra sede
se dimensione sesta o settima
se altre ancora e ancora
sfogliare il brogliaccio
a cercare l’appunto e quale fu
esattamente l’errore
di partenza
a che serve
quando non c’è minuta
da salvare
a che serve
quando il libro stampato
si stende nel macero
e il vento ad una ad una
già separa le lettere.

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- Nei passi -

Nei tuoi passi riconosco le ragioni
nel tuo incedere strascicante
la stanchezza, pensare che ci chiamavano giovani
ed oggi quasi non ci chiamiamo più.
Ma nel passo, nel rumore di fondo a volte l’eco
dello sfrigolio di un sorriso chiaro, della speranza
vergognosa dell’età decisa che portavamo
ben nascosta nelle tasche.

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- I propri motivi -

Nel giù dell’ascensore è cupa aria
quando odori di gasolio e di bruciato
leggono pagine di camion tedeschi e copertoni
i grossi fili attorcigliati e i tarli
hanno rosicchiato e i topi pure
si sono rinsecchiti in fine polvere
di talchi neri e penne a verd’inchiostri
poi sedie thonet senza più fondo
ma quando è stato che qui vi scese
l’ultimo travet con mezze maniche
chissà alla radio che musica suonavano
se parlami d’amore o mille lire.

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- I mobili -

Lo scrittoio, la seggiola, la torre, il video
il tavolo dattilo stile cleopatra, lo scrittoio metallico
spostare mobili da una stanza all’altra
quando il precedente è andato in pensione
dividersi la roba, giocarsela a dadi se è il caso.
È stata un’eredità contesa:
ti lascio i lacci e le imposture
la cartella e la nota spesa, il sigma
la pinza ed il martello, ti lascio la lente
d’ingrandimento così potrai trovare
le sviste e le omissioni rimaste
appiccicate alle pupille
i sorrisi schiacciati in mezzo ai denti
un saluto accennato all’angolo del ciglio
mattini bofonchi accanto alla macchinetta del caffè.

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Luigi Di Ruscio- "intervista al poeta operaio"


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Commenti

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