progetto lettura 72 = marmo legge marmo
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Fotografia di Patrizia Bianchi
Massimo Sannelli da  -Profezie -
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Poesie in prosa
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1
che cosa farai, ora – ora senza il delizioso ricordo e il ricordo caro,ecc. Mangi e vomiti, e scrivi, e non sapevi anche tu fatto così, ancora non sapevi. Poi probabilmente i viaggi e il bilinguismo, o di più, come la mente sarà avvertita: avendo ancora il centro che fa di questo falso una piccina regula, una strategia pìcciola e infantile. Non muore chi non vive, vive chi muore, e chi vive ama, ama – benché isolato […]

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2
tu fai e io non faccio: ma quello che fai – è mio? è cosa mia? io dicevo che certamente è cosa mia; come se io stesso. Presto o tardi il fratello e la sorella – sedute figure, stanti dopo, alti entrambi – si riconoscono: i visi lunghi, i segni rispettivi (cisti, barba, l’altra, l’uno); che si sono perdonàti, senza dire. Che il gesto fatto – l’abbraccio semplice – tende a quel perdono, senza dire; senza dire, e perciò senza lembi di questa arte (e più tardi, una, simplicissima, un’amica chiede: e si vive per scrivere?). oh sì – si risponde, in mente. Non si risponde, ma è un vero contro un falso. Gli atti virili (è uomo chi li compie) si specchiano in uno stato di donna, non proprio. Che è amata vedere – infatti è vista – della stessa altezza, sugli stessi mezzi, nello stesso luogo. E appare il modello di ciò che NON SIAMO!

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3
perché la casa è in alto, uccelli vengono: a posarsi, e altri volano sotto, dieci o cinque metri più in basso, e questa non si intende allegoria. alcuni anni sono separati da un «brutto male». ora è amata la solitudine. ed è ammalata la solitudine che cade nel sonno, dopo pochi minuti, e beve i buoni alcolici, e quelli che profumano, bevuti… Cambia anche il ritmo; ciò che frange entrerà in un discorso chiaro, ma sottile. Perciò è sottile. allo specchio sono provati, a lungo, i falsetti rumorosi, le imitazioni di voci inconsistenti, da sirena a bestia e vecchio. Pietraie e monti alti, e alta Asia, forse, e grande fuga; per non dire: «la colpa è degli uomini».

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(gennaio 2007)
***
Sannelli legge Pasolini
Supplica a mia madre (P. P. Pasolini)
E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

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***
Massimo Sannelli è nato nel 1973. Vive e lavora a Genova. I suoi ultimi libri sonoPhilologia Pauli. Il corpo e le ceneri di Pasolini (Fara, Rimini 2006, con uno scritto di Gian Ruggero Manzoni), Lo schermo (Feaci, 2006, e-book), Animaelegentes (teatro, in collaborazione con Chiara Daino: Cantarena, Genova 2006), le traduzioni di Emily Dickinson, Su un Io colonna (Cantarena, Genova 2006; seconda edizione, corretta e ampliata: La Camera Verde, Roma 2007) e di Eriz Suchère, Fissa, desola in invernoNome, nomewww.massimosannelli.splinder.com (Cantarena, Genova 2007). In corso di pubblicazione la raccolta di poesie (Il crocicchio, Bologna 2007, con uno scritto di Marina Pizzi).
CARRINO_FOTO
Luigi Romolo Carrino
- Estratti -

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Le danze di Matisse
da Il Settimo Senso, Il Laboratorio Le Edizioni, 1998
Musica: Los Olivos - Alberto Iglesias
In questa sera senza la notte
c’è un mondo di mollica con i buchi
Ballano Bambino Mio
questa notte è tanta sera
tutti quanti gli uomini di pane
vermi che si tengono per mano
Perché piangi preghi e poi mi dici:
stringi forte forte le mie mani?
Ballano Bambino Mio
girotondi intorno al fuoco
tutta quanta l’aria sente a pena
il cuore, un leccalecca di farina

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Musica: Rachel’s – Racket Switching
da Il Settimo Senso, Il Laboratorio Le Edizioni, 1998
Il settimo Senso – L’epilogo
o quante più, soffrono, Mise&Ricordano.
Che rifiuta, rimedia, Perfezione
la coscienza unta, disgiunta di Materia.
Non si può separare l’acqua da fluidità
se trascorrendo in stesso punto
sempre in convesso uguale forza
produrrà il medesimo effetto
Eppure Vedi quanto impulso è la vita
cerca Elettricità da unificare a Gravità.
Spera, matematicamente, al limite, quasi
Che Grandi Numeri le diano torto.
Sono io al confronto, semmai, stocastico,
un prezzo equo? Scommesse ai cavalli.

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da TempoSanto, Liberodiscivere Edizioni, 2006
Solenne ingresso nel Tempo - La manifestazione
Musica: Run – Dino Lenny
Sollevate, porte, i vostri frontali,
alzatevi, porte antiche,
ed entri il re della gloria
(Salmo 24 : 7)
Ecco, Il giorno, E quello che porta nella mano,
Nella chiocciola luminosa della spirale sensata
l’ospite che possiede una sola verità nel cuore
ha una capitale ripudiata, È esercito di sostanza.
Ecco, Fondami nel silenzio, In dolore, Che è parola,
tormenta l’atlante dei miei possedimenti, In terra
striscia la luce nella geografia svelata, Rivelandomi.
Quanto la luce insegna al corpo nero l’altra perdita
ecco l’Affanno, Che fugge all’innocenza e smolecola,
E addiziona la malizia di sperarmi in nuda gravitazione.
Invita il giorno, Mia Signora, invita a essermi, unito,
mi passo oltre, E oltre il passo sistema il mio pensiero,
traendomi in salvo, Alla Destra del mio fiato, Respirato.
Il giorno, È quanto mio di luce resta nella mano data,
la terra, È prodigio della porta lasciata, Spalancata.

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da TempoSanto, Liberodiscivere Edizioni, 2006
Cantico delle ombre
Musica: Cave song - Meredith Monk
Siete voi? Vi aspettavo da tanto di quel tempo.
Gualtieri
Siete voi?
Sono qui da tanto tempo,
Mi accado
da tanto di quel tempo
Ho troppo da mentire,
in questo anno elastico deforme mi allontano
Siete voi, lo so lo so siete lo so, che siete
Siate il mucchietto di sogni
a cui predico istanze funebri
non lasciatemi qui vivo,
non lasciatemi qui vi prego,
in ogni caso mi sframmento e ho già accecato quella luce,
a frangenti mi rifrange
e sviva tutt’intorno a flutti
e io bianco.
Sono qui, da tanto tempo inchiodato all’acqua
mi splendo e mi specchio mi spando mi smetto
Non fatemi annegare su gli scorticati fondali bassi
senza neanche una pietra viva
dove possa poggiare la testa
che non è giusto vivere
senza corrente che mi sposti
Così è, tra dita la vita
e siamo Voi.
Da troppo tempo accade,
di tanto di quel proprio del tempo
che fa conforme gli avvicinamenti che fa
Dal nostro tempo io mi arrivo senza salutare che
che mi spengo e mi stanco mi manco
tanto quanto mi, tanto fa il male che fa mi
Dunque a nulla mi servirono gli allontanamenti?,
dal vostro corpo ferromagnetico io mi tardo ad arrivare,
le ragioni contundono la vostra bellezza e io tardi
Tra le pieghe ne le scarpe
i piedi che tacciono tutti i passi mai fatti
Non vogliate voli,
tra il tutto cielo che ci sberleffa
che a specchio come molle ci allunga e ci allunga sulla Terra
Mi tardo a farmi tosse
e mi sputo mi pento e mi dolgo mi mento e mi sento e
sento voci
sparlano di parole imbuto
mi tardo a figliare
a nascere mi esercito al niente
Sento dieci enigmi
non so risolverli
Sento che siete voi, che sei tu e
così è tradita, ogni nostra vita, compassata
Nel reticolo azzurro cessano le forze contrarie
tra le dimensioni Iniziali
il mio nome
moltiplicato nel gesto cresciuto tra l’acqua e l’aria
Mi sento chi siete voi, mi sento chi Sia tu
Mi sento che mi è dato saperlo
Dal tuo poco male il rigurgito dell’Animale Benedetto,
è la Grammatica Infertile ruggita per mancanza di Segno
Dai nostri inferni calcolabili
basta il minimo Delta a riconoscere
il linguaggio storto di quei tuoi affarucci di cuore minimo
sigillo a una caccia triste, seppure involontaria,
per solo affamarti
Sento sul fondo la corrente che non mi sposta
sento che me a tra versi
su le porte della mia poesia
tra guardi di verde ti sparisco
dissolvendomi quasi indulto
Sento che lo sbagli quel pianto
per errore
per errore lo hai corretto al tuo ghigno migliore.

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biografia:
Luigi Romolo Carrino, napoletano, 38 anni, vive e lavora tra Roma e Milano. Informatico, autore teatrale (Ricordo di Famiglia, Insegnando il silenzio alle rose), ha collaborato con radio e televisioni. Dirige Psyco, collana di narrativa per Magnum-Edizioni, e i primi due volumi (Gli Amantidi) usciti da qualche mese. Ha curato antologie per Liberodiscrivere Editore (Immagine che resta, I contorsionisti). Per la poesia: TempoSanto – Liturgia della memoria (Liberodiscrivere, 2006), autore/curatore di RIE (2005, Magnum Edizioni), Il Settimo Senso (Il Laboratorio Le Edizioni, 1998). Attualmente sta scrivendo un giallo in poesia dal titolo Traccia Criminale. Prosa: presente su un po’ di raccolte. Ultime apparizioni: due racconti suMen on Men 5 (Mondadori, 2006), e uno su Ciao, come sto? (Liberodiscrivere, 2007). Di prossima uscita due racconti su La natura della notte (Liberodiscrivere). Sta mettendo a punto i romanzi della trilogia sulla figura della madre e che vedranno la luce nei prossimi due anni, a partire da settembre 2007, per i tipi della Meridiano Zero.

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Rita Bonomo
“Quadri”
.
IV COMANDAMENTO - la grande coriandolata
Gene sguainato, nervo scoperto
gli piace infierire -se no non duole-
dandosi in (e)mozioni istintileggianti
(requiem aeternam dona eis Domine)
Elegia del gene
Musiche Astor Piazzolla “ tango apasionado”
Osanna,
Nell’aborigeno mio cielo
il mio cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata –resta- questa genia
un pesce gravido di uova incolumi
moltiplicate e moltiplicate e moltiplicate
Suo pungiglione ammorbante
quel piglio dissacrante l’appartenersi
che si fa -a puntate- buccia-buccia
a vestirmi gruccia inerme o fionda
Ah, ritornarti indietro! coltre erosa
dai cromosomi dentati da rammendare
ogni volta ogni volta ogni volta
-quali ricami ancestrali?-
se mi travesto crosta privata di me
-tua primizia sposa, e gemella- e poi crosta
si spoglia di me lasciandomi intera e morbida
e nuda
germoglio figliato in tua ombrellifera fronda
Ché poi nell’aborigeno tuo cielo
il tuo cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata resta questa genia
un’ape regina che non può figliare fuchi
non collari per cuccioli,
né squame iridescenti per vestirli lucenti di luce
Suo pungiglione ammorbante è
il quanto che ci spiccica e poi ci rincolla
affini per qualità di fiati e bucce
e peccatucci similari sugli ucci ucci
di questo vivere sotto branco sciolto
Una palude in cui –tu- ti travesti anfibio
sbranchiato -e onicofago-
e io granchio -onicofago- spaiato ad evitarti laterale
sugli sgoccioli di questa vita a finire
in spicciolo squarciare l’aria sconsacrata
da più morsi di fame d’unghie
-surrogato, lenitivo d’affetto -ma- piccante-
e nudi
a germogliarci attonite statue dalle debolucce spalle spoglie d’abbracci
Ti ho nel mucchio, Signore, nel mio mazzo di geni
-a mucchi-
e negli ancora candidi barlumi
d’onniscienze sante da amputarmi dal cuore
Così, sotto fiotti di coriandoli
separati per colorito e aspetto trascendo
-colorando- dal più tenue al più marcato segno
di distinzione marcata, divenendo
traccia tua indelebile
e Santa

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Il retroscena
Musiche Goran Bregovic “dream”
Dei tuoi cromosomi
mi priverei
-te li rendo-
ho altri geni
all’infuori dei tuoi
-me li farò bastare-
Ho larve sanguisughe
su tutto il corpo
a succhiare sangue infetto
-in biascica paternostri-
In cura salasso
ad estirpare i geni parenti
per tornare ad essere pura
-senza macchie congenite-
riabbracciando l’utero materno
foderato d’ amore incondizionato
Feto involuto
in uovo ipocondrio
ovattata di malinconia
e da mura membraniche
di liquido caldo
-antisonoro e quieto-
Mi renderai la ciocca
che conservi
-reso per cambio-
non ti molceva il core
la dolce lode
or delle negre chiome
E il primo dentino
che privava le mie esse
del suono argentino
slabbrando ogni Sì
pronunciato ad occhi bassi
ricontando le dita
e le unghie rosicchiate
-surrogato d’affetto piccante-
Cantando in silenzio
in rito d’accettazione
previa parola d’ordine
(ponte opponente ponte pì)
pugno pugno
pugno al petto

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Quadro primo ” il pentimento”

e Quadro secondo “  la pala d’altare”

per ascoltare: http://www.rita-bonomo.splinder.com/

Quadro terzo: la promessa
Musiche Goran Bregovic  “under tango”
Il tuo bambino proibito
e divaricato dagli anni
ti rendo
da fauci a fauci
-Tu, cucciolo sdrucito
dagli ucci ucci d’una notte infetta,
stramata, marcita perciò accudita
-con amore- si sarebbe detto
oh, premurosa partecipazione
esserti affine
Siamo io con te e tu con me
su quest’altare tronfio a benedirci
santi e accoliti astanti di cera
incappucciati come candele a lutto
Accolti da quest’ostia consacrata da mangiare
nel nome del padre e del figlio
risorto per un affaruccio da risolvere
E noi risolti ci affranchiamo
finalmente da questo bianco lutto
io padre che si figlia padre a proteggerti
tu cucciolo che si padre cucciolo a giocarmi bambola
Avevo ingaggiato tre cani da fiuto
un cinghiale ammaestrato scava rifiuti
e tre rose bianche
per profumarti dopo il ritrovamento
e, caro reperto, io ti ritrovo cucciolo
e di già poppante odore profumato
ché sei stato -anche tu -
tuo cucciolo a figliarti in tua cucciolata sciolta
e tua primizia avvinghiante
le natie primizie tue divorate
da altrettanti cerberi voraci
Di quale reciprocità ci mancammo dunque?
D’un nume condiviso, digerito
con preghiera di proteggerci
D’un masso grosso sullo stomaco ostruito.
Del levarci di dosso le redini
dalle intercapedini del cuore
per vedere chi la vince.
Del pettinarci il nome reciproco
tra le le chiome da annodare
una sull’altra
come scalpi d’ amplessi ubriachi
e inscindibili.
D’un mondino altrove in cui decantare
ripristinando l’aria dei suoi vizi
senza scempi di pargolette inventate
ogni volta per toglier loro
il pane della religione di bocca
O di nuvolette marcite, sottovuoto ,
che piovono freddo e cesoie a tagliare
ancora a fino l’aria
O di giuggiole rapite
-di nuovo- agli infanti
per un peccato d’invidia mai addolcito
(Tutto questo mai mi raccontasti)
Io, prometto, tutto questo -infine- ci rendo
in andante reciproco condiviso
testimoni questi angeli ansimanti di notizie
-e che sia cosa buona e giusta -
Non oso rifuggire un solo peccato
del mondo d’appartenerti
non oso dissipare neppure un goccio
di questa sì preziosa aria condivisa
Non oso più filtrarmi la bocca nella pronuncia
del nome tuo né oso scialacquare neppure
una quantità minima di battiti
nello scandire le consonanti
appartenuteci
Ché la tua etichetta non oso staccarmi
dal polso e dal naso e dal ciglio ruggito
oltre tutti questi anni ciechi di te e
della tua buccia –vuota di me- ad acclamarmi
finalmente affrancata
eccola infine l’assoluzione annunciata

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Quadro quarto: la grande coriandolata

una fiumana di coriandoli cada dall’alto

Biografia:
Rita Bonomo vive e lavora a Sassari. Diplomata in Scenografia all’Accademia di Belle Arti, collabora con alcune compagnie teatrali. Ha partecipato ad alcune mostre collettive e personali. Tra le ultime I Mestieranti (2003) e Le Fate Ignoranti ( 2004), dove i supporti, i materiali e la stessa scrittura del testo si fanno polimaterico parlante. Ha ideato e progettato per Magnum-Edizioni Le Prefìche, una collana laboratorio in cui autori, artisti figurativi, attori teatrali e musicisti convergono in un unico movimento di interazione contaminante allo scopo di liberare l’individualismo dall’autocelebrazione fine a se stessa.
Ha Pubblicato poesie su riviste e antologie ed è uno degli autori di RIE, Magnum-Edizioni (2005). Per Liberodiscrivere ha pubblicato dìri dìri dànna (Giugno 2006). Di prossima pubblicazione, sempre per Magnum, un dramma in poesia dal titolo Grande Sproloquio Spartiacque

fototesserina s. molesinasilvia molesini inediti

testi  tratti da “Cahiér de doléances”, raccolta inedita 1995-2000.

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Mi spiega la luce bruna dal filo del davanzale
e ha sorpreso la notte avvolta nei colori affrescati
e ha sospeso come un’aria incantata, come un suono
finché dai pensieri gocciola il ghiaccio del mondo,
una sconveniente malinconia.

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A volte dimentico le cose
e non c’è niente che mi aiuti il ricordo.
E non c’è niente.
E dimentico le cose ed il ricordo,
fossero scie possibili tra due punti noti.

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Stanno moltiplicando la luce
il verde di dentro come risigillato
e l’albero gonfio con le rose:
a uno a uno e frivoli
non hanno il dimenticare felice.

Serve avvicinarsi, anofeli, ali
a uno a uno al tronco esploso.

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Accesa non proponi buio
ho perso lì il bagliore re
nel cuscino sulla sedia
mentre girava acqua a lavare:
è stato un parto di luce
come del sangue di faccia.
C’è nella gola che tira
un gorgo di note roche
una cantatrice calva
c’è, ed era tremito solo
un pensiero flauto e viola
acceso da mostrarsi luce.

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Di quando in quando si inganna
un tempo o due, lo si perde o trova
e di quando e di dove le stelle sibilano
malinconie in bemolle e cose a ritmo
bossanove tanghi  tristi ed ancora
nella notte avara dopo i tempi ed il posto
si assembla e si perde, cola in profondità
e corpi come musica
filtra adagio e migra, molle
e
di quando in quando uscire fuori
strabiliati e attenti a prenderlo per buono
e assaggiare sabrose galassie
e assaggiare sulle punte di sabbia
nelle nicchie di quarzo e nel vento baio
me.

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testo tratto da: “esaminando” inedito 2006

Un’immagine di donna che guarda fuori

A cosa pensa lei che guarda dal vetro della finestra
con lo scialle a mezza guisa sulle spalle
e guarda fuori, sembra, che dentro niente resta
talmente fuori è lo sguardo che da dentro impresta.

Qual è il punto nodale di questa immagine precisa
mille volte tante si è riversa
sopra te, dagli schermi, dai vetri, dalle gesta
nelle parole che l’ hanno usata.

Prima: aveva il sangue, già il sangue, la bambina.

Diorskin fa pensare a una bestemmia
e Shi se ido creator le disegna
una cresta.

L’aveva scelta Bunuel compita
e riverente che l’occhio molesta
accovacciata al piano benvestita
un trucco solido, le ciglia
eterne
l’orchestra -balorda-
il ballatoio
-sinistro-
l’isola luccica
nel tremolare del finto
fallo,
rimesto quello
mentre m’inchino a dovere
dov’è la strada sdrucciola che
la porterà all’insieme
dov’è la donna dello scialle
a guardare un lontano fuori di finestra?

Le sue lacrime trattenute
,che sono sangue speso,
tornano in acqua indietro
come sabbia a cumulo
tutto l’amor dell’incendio
zoppica e a cuccia il cane
a cuccia misera madre
a cuccia dio il padre:
chiuderemo bene ogni soffitta, ogni
buco, ogni soglia, ogni soffiante
pertugio
ma lasceremo il vetro, che si veda
cosa fa fuori
se dentro
(nell’Immortale Fiero Palpito)
nega.

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Silvia Molesini, nata a Bussolengo (Vr) il 14 luglio 1966, vive e lavora come psicoterapeuta a Costermano. Ha pubblicato le raccolte Nuova noia (Ibiskos ed. 1987), L’indivia (Campanotto ed. 2001), Il corpo recitato (I figli belli ed. 2004), Lezioni di vuoto (Liberodiscrivere ed 2006). Ha partecipato al romanzo a rete Rifrazioni scomposte su corpo 12 e, per circa due anni, al progetto Karpòs. È presente in diverse antologie ed è stata segnalata in più concorsi di poesia, italiani e stranieri, e in qualche rivista letteraria (Le voci della luna, Filling Station, L’ortica, Critère). Piuttosto attiva in rete. Di prossima uscita Esanimando, per Magnum Edizioni. Work in progress: Nascita e morte (titolo provvisorio).

solo per ringraziare gli amici di poesia e spirito che ospitano alcuni miei testi e segnalare la bella nota  introduttiva ai miei "testacci, di giacomo cerrai, che ringrazio pubblicamente.

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/01/31/non-ho-niente-contro-il-mondo/#comments

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