
Francesca Pellegrino
- “estratti” -
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Ché poi arriva l’equinozio delle rondini
Ché poi è un mistero, lo stupore
di come non si smette mai di nascere
eppure grembi di madri si fanno gomiti di spazio
nel ventre dell’aria e pochi altri spiccioli
fame d’ossa - per esempio -
quella che langue, deserta,
tra un’unghia e la spina dorsale
come se l’avorio
o due particelle miserrime di idrogeno
potessero fare la differenza!
Ora, si pensi all’equinozio delle rondini
che anche se s’attardano talvolta,
è vero che poi arrivano.
e lo fanno sempre
anche se hai i capelli corti
e corri dietro ai fazzoletti bianchi.
Anche se hai le dita contate
per mangiucchiare la fame d’amore
loro arrivano
e quasi ridono sotto l’ala.
Ché poi ti prende un sonno
che non sai più che pesci pigliare
e nuoti l’aria in mare aperto
senza la maschera
con il cloro negli occhi
che ti cieca.
Ché poi muori
- povero sostantivo solo
senza ossigeno -
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Un giorno che c’era amore
ci sarebbe stato,
forse un caso, un giorno
che c’era amore
non lo dimentico,
fra ventiquattrore di passaggio
e passeggio di tram
quanto è vera quest’aria
che barcollo
e il monossido sul cuore
ci sarebbe stato
a dirla tutta un vento, altro
che di tramontana sulle labbra
ce n’è sempre troppa
e ancora vele questi anni
che ci sarebbe stato qualcosa
ma non fu mai nulla oltre l’ozio
e il cinico balbettare perditempo
delle ore in questo strazio
di silenzi a stracci
e un cuore bianco che s’immola,
lacero,
già destino strabico
nella bocca, già ultimo
questo participio a gamba tesa.
che m’inciampa
precipitando le solite scale
e un nulla qualunque
ché ci sarebbe stato
e non fu mai.
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Da “Le solitudini di Aradollo” - Wikipoesia 3° Volume
C’è qualcosa di solo, tra il santo e il blasfemo
Il domicilio era un francobollo appena affrancato
tracce di inchiostro simpatico e poi il vuoto.
C’era una volta,
di muschi e licheni, fra il vento e una pausa, la casa.
Era polistirolo il pianto soffiato sui muri.
Era un giocattolo stanco per soli adulti, soli.
Era un soppalco di povere travi lacere e intonaco a pezzi.
La mia pelle era uguale, non a caso, quella, era la mia casa.
E c’erano tarli nel legno con lo stomaco di fame.
C’erano stipiti in lacrime sotto le suole di cuoio.
I mobili avevano un sorriso strano sulla faccia.
Un sorriso immobile.
Fermo.
Come il pianto delle madonne nelle processioni di pasqua.
Niente di irripetibile.
Tutto monotonamente uguale alla vita.
Il resto, lo dico vivendo, dall’alto di questi cuscini di noia
e un bicchiere di veleno sul comodino.
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Francesca Pellegrino nata a Taranto il 5.11.1974
Nell’aprile del 2006, entra a fare parte del wikismo collaborando al progetto wiki-poesia, curato da Andrea Galli e Carlo Trotta, dove ha pubblicato nel vol. 2 della wiki-poesia “La felicit� � una piccola cosa”, ed � diventata co-curatrice del vol. 3. “Le solitudini di Aradollo”.
Finalista per la seconda edizione del premio letterario IoScrivo di Giulio Perrone Editore.
Presente in varie riviste letterarie, tra cui niederngasse e arpanet.


