
liliana zinetti
da ” due” e altre cose
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Convivio serale
Il silenzio dei cucchiai stasera
è la voce di pensieri stretti
in una solitudine di gesti.
E’ sera che duetta con l’ombra
delle voci, mentre dal tavolo
levo le stoviglie e il peso dei silenzi
e getto gli avanzi e il resto dei giorni
in una notte
un poco triste e un poco puttana.
Impariamo a morire così, nel distacco
di un gesto, in un ritardo del cuore
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Lungo la frattura d’orizzonte
quando uno pensa.
I colori bambini
e gli alberi che scrollano il buio.
Vengono con sillabe d’erba
e risa di papaveri
nell’estate già vista.
Prima del nero, del sussulto delle foglie
la luce
si lasciava toccare.
La gioia è dei bambini, capriola
di nuvole, grazia, la vita elementare.
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Tutto il pane del mondo
Era per il confine,
per la pioggia. Soffriva anche la luce,
incrinata nell’obliquo raggio di gennaio.
Il grano e l’acqua, l’oro lontano
dell’estate - un’isola scossa dai venti.
Dicevi gelo-neve
per coperte e tazze di latte, mentre
roteavano bianche
lune d’inverno, rami, tam tam
di tamburi alle pareti.
Misuravi le distanze
rabbrividendo piano
tra l’inverno e l’urlo.
Dicevi buio-notte
per pane e zucchero, di schianto
crollava la lancetta dell’ora,
il buio freddo sulla nuca
sull’acqua delle dita.
Batteva fissa l’ora
a nord di ogni cosa, chiedeva
la rivolta del sangue, il segno, l’assoluzione.
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da Due
dove dirigo il mio spavento per non spaventare chi amo?
Antonella Anedda
IV
Poi erano gli sguardi e le parole taciute che entravano nel disfarsi delle sere, era un fuoco d’orizzonti nel rogo di settembre, uno stare troppo vicino alle cose; che perdevi il sorriso, il peso, la voce, che andavi via con una tristezza tanto buia senza voltarti, in uno schianto di nuvole, nell’improvviso del freddo.
V
Una panchina tra i tigli, un’età saggia e nessun metafisico azzurro. Magari la pioggia, le nuvole che passano, l’acqua sul viso. Il pane buono dei giorni.
Come qualcuno che ha visto tanto e sogna un quartetto d’archi nel tramonto, una viola nella neve. Stare come una pietra quieta.
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Oggi, come altri oggi, la SS42
stride come un folto d’uccelli di latta
impazziti nella bufera.
Qualcuno prende posto tra
il verde malato dove stanno le panchine
con i vecchi andati in un ricordo.
Altri attraversano rumori,
corpi, strade che si ricongiungeranno forse
finita la collezione di farfalle
infilzate a fogli bianchissimi
o di francobolli per lettere mai spedite.
I panni stesi sui balconi
ignorano la danza dell’ombra
si bagnano di una luce cieca, stolida.
Ordinati gerani
dai davanzali delle villette, l’azzurro
sfiorito delle ortensie,
l’ombra di cose troppo vicine al buio.
Si sta sospesi, a volte, a parole
che non si riescono a dire:
dire cos’è un lampione, macchie
di Rorschach gialle sull’asfalto.
O un abete ritto nel silenzio.
Lo sguardo di uno sulle cose
o cos’è la solitudine.
La bellezza è
se chiudo gli occhi per vedere.
E qui il mare è una cartolina di saluti
e poeta è il pazzo
che trasforma il reale
in un’oscura sequela di parole
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Liliana Zinetti risiede a Casazza (Bg) dove è nata nel 1954. Ha pubblicato due raccolte di poesie Volo di terra, LietoColle 2004 e L’ultima neve, Lietocolle 2007 .
Sue poesie sono apparse su Le Voci della Luna, Poesia, Soglie e altre riviste letterarie, nonché in varie antologie.
È ideatrice e promotrice del Premio di poesia Il lago verde. Gestisce il blog http://spaziozero54.splinder.com