progetto lettura 72 = marmo legge marmo

 Aldo Ferraris - inediti -

“Luogo nascosto”  
 
 letture Giacomo Cerrai - mix vaan -
 
dein Leib ist eine Bitte im Weltall: komm
die Quelle sucht ihr feughtes Vaterland 1
 
Nelly Sachs
 
1) il tuo ventre è una preghiera nell’universo: vieni/la fonte cerca la sua umida patria
 
*
Lungo la spina dorsale
dei fiumi scorre la foce
con il suo grembo di mare
con i suoi teneri relitti.
 
Così è il luogo nascosto,
la meta adagiata nel buio,
l’interno mai descritto che
si apre al nostro indugiare.
 
*
Il luogo dove si raduna
la vita per partorire ancora,
così lontana dalle parole
lontana dalle mani del cielo.
 
Il luogo dove essere concepiti,
nascosti alla morte e ai testimoni,
dove si raduna la moltitudine
per decidere il nostro volto.
 
*
Lì la luce non trabocca,
bagna i fianchi della conoscenza
si apre come un guscio di tepore
si divide in un corpo di donna.
 
Lì saremo perduti nel centro
senza suggeritori, né maestri,
le mani rabdomanti della notte
a vibrare alle fonti del sangue.
 
*
Può essere un abbraccio
dischiuso come una piazza,
l’accoglienza dell’imbrunire
mentre qualcuno si allontana.
 
Una radura, con troppe nubi
affacciate ai davanzali del cielo,
una radura di pelle sottile
dove le rughe non si toccano mai.
 
*
Sarà il canestro dei frutti assaggiati
e perduti per una semplice domanda,
lo scrigno in cui dormono i pianeti
quieti come palline di vetro.
 
Sarà come una bocca silenziosa
dove il gusto rintocca lentamente
dove il nome è dentro il sangue
di tutti i morti che abbiamo partorito.
 
*
E’ il bisogno di un’isola matura
come un fico, la spoglia sete
che riaffiora dalle sorgenti
che hanno baciato la nostra pelle.
 
Ha un nome di spiga recisa,
di erba calpestata dal cielo,
ha il sussulto dei nostri corpi
sfiorati dal tessuto del vento.
 
*
E lì, ancora, ramifica la poesia.
Ai bordi del pozzo che è solco
che è orizzonte, si apre la gioia
di tradurre l’epifania in un gesto.
 
Lì, dove sono friabili le parole,
dove nulla è completamente perduto,
lì la poesia nasconde il capo come

              il primo mendicante del mattino.

  

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Aldo Ferraris, è nato nel 1951 a Novara dove risiede.Ha pubblicato quattordici raccolte di poesia, le principali sono:
Horus, parola improvvisa (nell’antologia: 7 poeti del Premio Montale - Scheiwiller, 1993) - quale uno dei vincitori del Premio Montale nella sezione inediti;Grande corpo (Anterem, 1997); L’orgoglio dell’assenza (All’antico mercato saraceno, 1999);Antichissima figlia (La luna, 2000 - con una incisione di Antonio Battistini), Acini di pioggia (Gazebo, 2002); Nulla sarà perduto (Archivi del ‘900, 2004 - premio Antonia Pozzi); Danza di nascite (Azimut, 2006).
Ha pubblicato il libro di filastrocche per bambini:Che dono vuoi, bambino del mondo? (Fondazione Marazza, 2005 - Premio La casa della fantasia);
e la raccolta di racconti:L’invenzione collettiva (Editing Edizioni, 2005).
E’ presente, tra altre, nelle antologie:Così pregano i poeti (San Paolo, 2001); Vent’anni di poesia. 1982-2002 (Passigli, 2002).
Suoi testi sono apparsi sulle riviste: Anterem, Atelier, Capoverso, Galleria, Gradiva, Hortus, La clessidra, Le voci della luna, Microprovincia, Niebo, Pagine, Pianura, Vernice.

 

imagesSebastiano Aglieco

 
                             inediti da "foglie immobili dal vetro" 
 
Andremo tra i fiori, te lo giuro. Senza la carne. Spirituali. 

 Dormitorio  

Nomi senza nome
i visi chiari della notte.
Poterti dire:
sono qui, nel rollio dei giorni
prendi ciò che resta alla finestra
conservalo in un rito per la
preghiera mattutina.
Mi vedrai fermato
sotto l’ombra del castagno a ricopiare
queste semplici sentenze:
è solo un sogno che ci rende veri
chiedi, e tutto ti sarà restituito nella mente.
 
 

Passi e rosario
 
Guardo dalla finestra
il salire delle voci dopo la pioggia
la terra assorbe i suoi umori
le parole mostrano il viso alla
loro luce nascosta
ma voi non vedete.
Siete in fondo, nelle retrovie, vicino alle pieghe
come la mosca nella sua preda
- sottile sentenza degli umiliati.
 
Nel silenzio i campi si aprono
gli occhi ritornano ai tuoi
sei forte nello stacco
ma oltre questa distanza
non puoi più ferirmi.
 

 
 
Promessa per la mattina
  
Sì, nella tregua.
Lo sguardo a distanza tra le righe
rimaste, saremo diversi ricordando
prepareremo la nuova casa.
 
Oggi sarà mattina.
Piove.
Sul balcone
si è fermata una tortora: sono le prove

per i nuovi passaggi, per le porte da sbarrare

 
 
Foglie immobili dal vetro
  
Le sedie scostate
le porto tra le dita
nel miraggio della nebbia mattutina.
Luce, presto, alla finestra.
Piove tra le fessure della casa
sulle mani smosse dalla tregua.
Ecco, ora rinuncio alla cantilena
posso vedere, da qui, mentre scrivo
la parete che si piega.
 
Dove portano i sentieri senza gli alberi
le scarse parole allineate?
Visi ancora non scolpiti
occhi e bocche
nel pensiero muto.
Mie messaggere appena dette, foglie
immobili dal vetro che già ve ne andate!
 
 

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Sebastiano Aglieco è nato a Sortino (SR), il 29 gennaio 1961. E’ maestro di scuola elementare e insegna a Milano.
Ha pubblicato diversi libri di poesia. Gli ultimo due titoli sono: GIORNATA, Niebo -  La vita felice 2003, con una presentazione di Milo De Angelis, premio Montale Europa 2004: DOLORE DELLA CASA, Il ponte del sale 2006.Testi e recensioni sono apparsi in riviste e pubblicazioni collettive. Si occupa di critica sul blog LAND: http://landmagazine.blogspot.com/ E’ redattore della rivista LA MOSCA di Milano.
Si occupa di teatreducazione. Ha fondato con un gruppo di amici l’A.ITE associazione italiana di teatreducazione, per la quale ha contribuito all’organizzazione di  diverse iniziative (spettacoli, corsi, eventi). Suoi materiali sono consultabili sul sito:
 
http://www.teatreducazione.it/

 

 foto_emanuele_kraushaarEmanuele Kraushaar " tic"

    

musica: Ivan Vicari
voce: Massimo Onesti
Tic, Atì Editore, Milano 2005 

 Tutte le suore guidano macchine bianche
 
 Era un novembre freddo da staccare le mani. Suor Maddalena aveva chiuso la porta della mensa, era uscita fuori, aveva visto il cielo pieno di nuvole ed era salita sulla sua macchina bianca.
Poi per la pioggia e per una distrazione è andata fuori strada e per poco non ci ha lasciato la pelle.È stato proprio quel giorno che un giovane e sconosciuto scrittore ha appuntato su un foglio la frase tutte le suore guidano macchine bianche.Era pur sempre un giorno dopo l’undicisettembre e ogni cosa, ogni piccola e anche fragile certezza, doveva in qualche modo essere segnata, pensava il giovane e sconosciuto scrittore.
 

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Un’infinità di problemi

Entro nel nuovo appartamento in punta di piedi. Come se entrassi in casa di qualcun altro. Purtroppo questo buco con quattro pareti è mio. I miei sono morti in un incidente d’auto. I miei cari parenti del nord mi hanno spedito un paio di lettere: non li vedrò mai ne sono sicuro. Ho dovuto vendere la casa e dato che non lavoro e non ho nessuna intenzione di farlo, mi sono trasferito in un piccolo appartamento in affitto. “Fa veramente schifo” mi ha detto così Steve, che è anche il mio unico amico. E che è venuto al funerale dei miei e mi ha dato una pacca sulla spalla.Non poteva dire altro. Non si respira nemmeno qui.
Per fortuna c’è un piccolo terrazzo. Non so di preciso quanta gente abiti in questo palazzo. Mi suona quello della porta accanto. È magro come un cadavere. Ogni tre parole fa un sorriso. Dopo un po’ mi chiede che lavoro faccio.Gli dico che non lavoro e quello si preoccupa di domandarmi come occupo le giornate. “Non ho bisogno di occupare le giornate” penso.
Le giornate scorrono da sole ed io non posso farci niente. C’è un sole fuori che spacca l’asfalto. Non me la sento di uscire con questo caldo. Ma si suda anche dentro casa. Apro il frigo e tiro fuori una grossa bottiglia di succo di frutta. Prendo un bicchiere, ma poi decido di bere direttamente dalla bottiglia. Non è fredda abbastanza e così mi metto in bocca del ghiaccio.
Mi sento male. Un principio di congestione. Mi accartoccio sul divano con la bottiglia davanti a me. E il bicchiere ancora in mano. Ripenso alle parole del vicino: magari se lavorassi sarebbe meglio. Ma per vivere in questo buco non c’è bisogno di lavorare. Se uno inizia a guadagnare poi pretende qualcosa di meglio. E poi ancora di meglio e vengono fuori un’infinità di problemi che prima non si avevano. Insomma alla fine preferisco starmene sul divano. A non fare niente. Anche con il mal di pancia.
 

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 Emanuele Kraushaar (Roma 1977) inizia a scrivere a sette anni e a nove pubblica un piccolo volume di poesie. La prima raccolta di racconti si intitola Tic (Atì) da cui è tratto il jazz-reading Tic & Jazz. Apparso  su diverse riviste letterarie, sullo “Specchio” de “La Stampa”, nell’antologia Navigando nelle Parole (Il Filo), su Nazione Indiana, sulla svedese “Metamorfos” e nell’Antologia di poesia erotica contemporanea (Atì), su IO-Scrivo Narrativa (Giulio Perrone), su Roma - visioni poetiche della città (Giulio Perrone), su Vicino alle nubi sulla montagna crollata (Campanotto) e su Tempo (Giulio Perrone).Un  racconto è pubblicato nella raccolta Posa ’sto libro e baciami (Zandegù). Scrive on-line su La poesia e lo spirito. Sono ideatore e direttore editoriale della rivista “Metromorfosi”. Nonostante la lettura di Molloy di Samuel Beckett, continua a scrivere. www.emanuelek.it
 

 

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Luigi Di Ruscio- "intervista al poeta operaio"


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Commenti

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