Luigi Di Ruscio - intervento n.8
Nel 1966 è uscita, presso l’editore Marotta, la seconda raccolta, "Le streghe s’arrotano le dentiere", con prefazione di Salvatore Quasimodo. Nonostante tali autorevoli e partecipi segnalazioni, con molta ragione Giancarlo Majorino è stato costretto a scrivere, nella discussa ma utilissima rassegna di poesia dal ‘45 al ‘75, “Poesie e realtà” (Editore Savelli, 1977), che la poesia di Di Ruscio è "sconosciuta o quasi ma intensissima…”.Ora siamo al terzo libro "Apprendistati" e si ha l’impressione che l’occultamento di un poeta, che non si può esitare a definire di primissimo piano, continui.
È curioso dover osservare che anche nello svilupparsi della scrittura poetica, intesa anche come opera "collettiva", compiuta insieme dai poeti e dai lettori attivi, siano cosi spesso presenti fenomeni che è giocoforza chiamare di "rimozione". Viene subito in mente un caso ormai divenuto famoso: l’occultamento del primo manoscritto di poesie di Dino Campana, che Soffici e Papini «dimenticarono» in un baule e dichiararono perduto.
"Apprendistati" è una riuscita, sotto tutti gli aspetti, e le 53 poesie che lo compongono hanno trovato un ritmo battente e articolato al punto che Di Ruscio riesce a adeguarlo alla velocità delle sue associazioni e combinazioni di immagini con tenaci concetti di rivolta. Di Ruscio è una talpa che continua a scavare e la sua macchina macina-parole funziona a pieno regime grazie a un sistema di verbi che ribadiscono, verso dopo verso, la necessità della presenza centrale di un io capace di interagire con il "farsi e disfarsi" della storia del nostro tempo. Al posto della disperazione vi è il senso del comico, invece delle sintesi e dei dogmi c’è l’incalzare delle domande.
"Non abbiamo più speranza, di una palla di neve all’inferno" scrive Di Ruscio, citando Joyce, e anche: “la parola fa pensare allo sfrigolio del grasso nel fuoco”, sempre da Joyce. E si capisce che vuole significarci una volontà di resistenza a tutti i costi. Finché c’è fuoco e grasso, e sfrigolii, dunque il processo della storia non si è arrestato, c’è speranza, ci siamo ancora: con la poesia, con i verbi del nostro agire. La palla di neve seguita a riformarsi.
A. Porta
