
immagine presa dal blog "i colori dell’anima"
Perché i poeti sono poveri? – rubrichetta n. 0 su poeti e dintorni -
Vi siete mai chiesti perché i poeti sono poveri? Almeno quelli veri…
Mia moglie non butta mai niente, figuriamo i testi scolastici. Un giorno in un armadio polveroso, mettendo a posto, è spuntato un tomo giallognolo senza copertina. All’interno, di traverso, c’era appuntato nome e cognome di mia moglie, nonchè la classe frequentata (3°E) . Un volume bello vissuto di 1241 pagine. Sfogliando inciampo su un intenso pezzo a pag 795, sempre attualissimo nonostante abbia quarant’anni. Un articolo scritto da Domenico Porzio, ripreso dalla rivista Epoca XXI, 1970, dal titolo: perché i poeti sono poveri? (risposta alla domanda di un ragazzo fatta al giornalista).
Vi invito alla lettura, a riflettere, a pensare perché in Italia le cose non cambiano mai.
“Io da ragazzo stavo in una strada dove abitava un poeta povero. Viale Mugello, prima della guerra, era ancora periferia di Milano: un viale largo, spartito in tre vie da due aiole d’erba gracile e da due file di platani; un viale breve, con una scuola gialla e poche case, mozzato ai lati dai un binario della ferrovia.
Lui, il poeta, abitava nella prima casa del viale, in due locali al pianterreno: un appartamento modesto nel quale sbirciavo uno scaffale di libri contro una parete di fiori sbiaditi e in cui a sera si accendeva una lampadina fioca. Usciva dal portone a ore fisse : tutte le volte che potevo, cercavo di trovarmi sui suoi passi per osservarlo da vicino; sapevo chi era, avevo già letto alcune sue poesie e il suo misterioso mestiere mi stupiva. Indossava un abito grigio, sempre lo stesso, liso e pulito, portava quasi sempre una borsa a cartella nella quale forse , nascondeva tra carte e libri, rientrando, qualcosa per la cena; camminava rasente al muro, come un ripetente, con uno sguardo insieme assente ed ironico e con un’ombra di un sorriso sulle labbra sottili. Quando a sera, rincasava, sembrava più allegro: si fermava ad accarezzare la minuscola figlia coi capelli crespi che saltellava nei quadrati del gioco dell’oca, disegnati per terra e sorrideva ad un volto bruno e triste di donna in attesa dietro ai vetri. Certo, lasciava alle spalle un amaro lavoro quotidiano dal quale spremeva l’indispensabile per vivere: aveva finalmente la notte tutta per sé, per i suoi libri e per quelle straordinarie parole che disponeva con pazienza su carta. Dal balcone della mia stanza, al quarto piano dirimpetto, mi accadeva spesso di fissare, fantasticando, la sua finestra al pianterreno, con quella luce nebbiosa dietro le mezze tendine, ed il lento muoversi di una vaga ombra. Forse fu una di quelle sere che la sua mano scrisse i seguenti tre memorabili versi “Ognuno sta solo sul cuor della terra/trafitto da un raggio di sole:/ed è subito sera”.
Il poeta premio Nobel Salvatore Quasimodo fu per tutta la vita un uomo povero: il premio svedese e il riconoscimento mondiale alla sua poesia gli diedero negli ultimi anni una certa agiatezza: ma non ville, né appartamenti , né proprietà terriere. Non ne ha Giuseppe Ungaretti, né Eugenio Montale, né altri che le storie letterarie indicano come i depositari della poesia italiana contemporanea. Costoro hanno pubblicato libri e raccolte di versi, lodati e lacrimati anche dai ricchi e dai potenti, ma nessuno di essi vive della propria poesia. Tutti si sostengono, quando lo hanno, con un secondo mestiere: l’insegnamento, il giornalismo, la collaborazione, alla radio e alla televisione; e talvolta con lavori umili e umilianti. Certo, una ideale società civile dovrebbe mantenere a proprie spese almeno i vecchi e riconosciuti suoi grandi poeti: in altri paesi assolvono lo scopo, anche se parzialmente, Fondazioni e Accademie; a noi abolita l’Accademia fondata nell’era dell’Orbace, nessuno ha sentito il dovere di sostituirla. Il denaro pubblico ha, forse, altri impegni da assolvere. D’altra parte, che pretende la genìa ei poeti? Non sanno che carmina non dant panem? (la poesia non dà a vivere).
In realtà i poeti hanno sempre rappresentato uno scandalo. Platone li riteneva uomini senza senno.
Il giudizio, nei secoli, si è modificato, ma la società colloca i poeti tuttora in un angolo, dietro la lavagna: perché la nascita di un poeta è sempre un attimo di disordine, e questo disordine – ha scritto Quasimodo – genera insofferenza. Sono creature, i poeti, che credono in modo scandaloso e sono sempre innamorati scandalosamente: anche quando sono disperati e non rinnegano mai la vita e dicono parole vive ma talvolta oscure, come voce di un oracolo di cui temiamo il significato.
Il poeta non è, come nella romantica immagine di Shelley, un usignolo che sta al buio e canta per alleviare la propria solitudine. E un irregolare il quale non teme nemmeno la morte, abituale visitatrice dei suoi pensieri: egli è sereno quindi, là dove non ci spaventiamo, ed è violento là dove non ci spaventiamo, ed è violento là dove vorremmo quiete ed acque calme. Il poeta non diventa, ma nasce, e quando è tale, egli è uomo intento a perseguitare senza scampo le omissioni d’amore; diventa un pericolo perché – scrisse Dylan Thomas – vuole bruciare e restituire il mondo. Il suo abbraccio è sempre un atto di violenza.
Sono poveri quindi, dunque, per diritto: perché devono essere liberi se vogliono costruire la storia e la cultura che conta. Se le loro parole decadessero a un semplice prodotto di consumo e divenissero fonte di ricchezza, scomparirebbero le verità dalla terra e con esse la poesia. Brancoleremmo senza bussola in un mondo senza amore e allora, ha scritto Quasimodo, “cacciati i poeti dalla terra come la grande peste, verrà il tempo del silenzio. Così le sabbie ricoprirono molte civiltà”.
Domenico Porzio (in Epoca, XXI, 1970, n. 1039)
un articolo che mi ha fatto cominciare bene (non ostante tutto) la giornata. Perchè è scritto bene. Perchè è vero in maniera disarmante. Perchè ha il sapore dei ritagli di giornale che prima di internet conservavo a mucchi. Perchè conferma che la moglie di Roberto, che ho avuto il piacere di conoscere, è una donna saggia e di animo poetico.
Fuori piove. Esco, vado a guadagnarmi la pagnotta anche oggi. Tutti i poeti fanno un secondo lavoro…
Caro Roberto, grazie per questo bellissimo post, con le parole di Porzio così umane e vere. Condivido le parole di Giacomo.
Mi permetto di ricopiarlo sul mio blog.
Un abbraccio, a presto.
Giovanni
Sono a casa per malattia, la pagnotta me la toglieranno, in aggiunta allo stare male, a causa di qualcuno che pensa che chi sta a casa sia un lavativo, uno sfaticato. ( e questo credo lo dica per propria sperimentata e personale situazione di nullafacente, che addita gli altri guardando solo se stesso, perchè solo di sé si può dire).
Quanto ai poeti poveri non sono in accordo.La povertà non è un buono stato dell’esistenza, PER NESSUNO.Una vita senza lusso ( anche se una giornata al mare o in mantagna a passeggiare la ritengo lussuosissima,mentre ritengo ciò che viene spacciato come prodotto di lussso sia miseria) senza sfarzo, nella ricchezza di quanto dona la terra naturalmente, o il pensiero senza scopo di lucro, questo sì, su questo concordo. Personalmente mi dichiaro ricchissima e non c’è ladro che mi possa rubare quanto tengo in me e che, per scelta, lascio anch’io, non sentirei quanto ancora arriva durante il percorso, tristezza compresa.Liberi? E’ difficilissimo essere liberi, perché lo si deve essere anche da se stessi, prima di tutto da se stessi, non si riuscirebbe a vedere nulla intorno altrimenti.
Grazie,fernanda f.
Ma quando un poeta si aggiudica il Nobel si carica allora di una gigantesca responsabilità? Forse di una colpa? Gli si dovrà pretendere di continuare a scrivere (e a vivere!!!) come prima, di dimenticarsi del premio milionario o di darlo in beneficenza?…mi sembra davvero un po’ troppo.
Ma è il Nobel è un caso limite, l’eccezione che conferma la regola, e l’articolo di Porzio mantiene tutta la sua profonda verità.
Un caro saluto
Antonio Fiori
è vero, la cosa più difficile è restare liberi
da quel vento viene la poesia
un bellissimo pezzo
grazie
c.
Carissimo Giacomo, mi fa piacere che questo articolo t’abbia in qualche modo condizionato, positivamente, la giornata.
anche a me, quando l’ho letto, è accaduta la stessa cosa.
questo non significa che ci crediamo grandi poeti ingiustamente non ricambiati e/o retribuiti, ma che abitiamo nel luogo comune e non siamo soli.
Caro Giovanni, diffondiamo…diffondiamo…
Ferni, quello che scrive Porzio e che condividiamo, non è altro che una “consuntuivazione”, una riflessione sostenuta (quasi sempre) dalla storia comune di molti artisti,
che hanno a che fare( ora mi viene in mente ad es. Marina Cvetaeva, ma anche a qualche amico poeta contemporaneo che potrebbe ambire alla legge Bacchelli)con una condizione economica familiare”compromessa” e che non gli permette di esercitare come vorrebbero quello che gli riesce bene e per il quale hanno studiato.
Questo stona se pensiamo a come questa società permetta, o agevoli “certi” furbetti che senza arte né parte, ma con gli aiutini degli amici che contano, non hanno pensieri…, mente gli altri e ci metto anche i poeti meritevoli, alcuni almeno, per loro un giorno potrebbe essere un “lusso potersi nutrire di poesia.
grazie per aver condiviso con noi il tuo punto di vista, Ferni.
un caro saluto
un caro saluto anche a Antonio e Carmine, oltre che ad Agelo Tozzi, AnnaMaria Ferramosca e Gianfranco Fabbri che hanno commentato su facebook.
ecco i loro interventi:
Angelo Tozzi: Una lettura molto apprezzata. Posso condividerla?
Annamaria Ferramosca: lo sai, Roberto, come sono d’accordo. il poeta vero sa essere povero perfino del proprio nome…
quando si rinuncerà all ‘autoreferenzialità, non potrà più esserci silenzio per troppo frastuono o anche per indifferenza, ma solo felice parola. e senso.
un caro abbraccio
annamaria
Gianfranco Fabbri:Vero, Robbertì. Domenico Porzio vedeva giusto. Mai poeti di oggi sono poveri? Vedono giusto? Forse sì, qualcuno no.
Un abbraccione dal tuo editore.
Gianf
altri commenti su face (http://www.facebook.com/note.php?note_id=131075749779)
Mariapia Quintavalla: Straordinaria attualità , che fa PAURA, forse per l’altrettanta arretratezza culturale ( intorno all’ambiente nostro, idem), dove l’olezzo è coperto da sgraditi rumoreggiamenti intorno ad altro..D’accordo anche con Anna Maria F-
Gli ultimi capoversi illuminanti, pensa oggi che si mira all’opposto:salottieri e di successo!
P:S un dubbio, poiché ancora neofita: ho inviato ieri una nota, l’avete avuta?scusa ma so usare la metà delle funzioni.
Grazie Roberto, un abbraccio. MPia Q
Gian Ruggero ManzoniSono d’accordo.
Forse mi sono spiegata male:la povertà non trovo sia una buona compagna. La natura è ricca e offre senza distinzione.Sono gli uomini che hanno dissestato l’economia terrestre, quella finanziaria è frutto di manovre speculative ignobili. Un poeta, uno scrittore, come chiunque altro ha pari diritti per me,non esistono differenze. La scelta di vivere in un modo o in un altro, anche se il resto del mondo corre in una sola direzione, dipende da se stessi, questa è la libertà praticata. Grazie dell’attenzione.ferni
si si, partiamo tutti dallo stessa linea di partenza sono d’accordo, ferni.
Però non penso che la povertà economica sia una scelta ponderata. credo che nessuno o quasi scelga di vivere in uno stato di povertà “economica”…ed è un peccato che chi possa dare o abbia dato un contributo indiscutibile alle scienze umanistiche o semplicemente alla crescita culturale della propria società si debba barcamenare almeno che non trovi una seconda (che poi diventa la principale) occupazione.
siamo tutti consapevoli che dobbiamo rimboccarci le maniche e che la poesia non porta dal punto di vista economico da nessuna parte alla pari di qualsiasi altro, questo lo davo per scontato.
scusate la fretta e la sintassi.,..
ciao
riporto qui quello che ti ho scritto su face
ciao red
gli editori e sopratutto i piccoli dovrebbero innanzitutto saper scegliere e poi è un dato di fatto tutto italiano dove la poesia non ha quasi mai riscontro nelle vendite tranne casi rari
sarà arretratezza come dice la quintavalla
o una questione del si pubblichi purchè venda
vedre giusto tra poeta ed editore può essere una via d’uscita magari secondaria ma comunque uscita da queste sabbie
c.
purtroppo c’è questo doppio binario (facebook-blog) che ci perdere qualche passaggio…
copio ed incollo gli ultimi interventi su facebook (http://www.facebook.com/profile.php?id=1474564673#/note.php?note_id=131075749779&ref=mf )
e ti ringrazio Carmine.
Gian Ruggero ManzoniSono d’accordo.
Mer alle 20.37 · EliminaKatia ZattoniCiao Roberto, come stai? Ti dispiace se condivido la nota nella mia pagina? Grazie!!! Baci grandi.
Mer alle 21.32 · EliminaMaria Pina Cianciobellissimo pezzo. attuale e condiviso in pieno. Un abbraccio Mapi
Mer alle 21.47 · EliminaFrancesco Giordaniperò la non “vendibilità” della poesia è anche la sua libertà…scrivere poesie è sempre un atto politico nella misura in cui è totalemente non-economico (o almeno credo…)
Mer alle 22.33 · EliminaRoberto Ceccariniun grazie a tutti per i vostri apprezzatissimi contributi.
sto rispondendo direttamente nel blog http://oboe.altervista.org/blog/?p=1198#comment-6206
a Francesco citi Antonio Porta e questo non può che farmi piacere…
hai ragione Maria Pia, quessto pezzo prima di tutto m’ha colpito per “la straordinaria attualità. E’ giusto anche il discorso che fai sui rumors ( lo estenderei anche in altri ambienti, in quelli di davoro per es.=ì)
Si Anna Maria conosco i il tuo pensiero e il tuo progetto sulla scrittura anonima…. Visualizza altro
condividete pure se volete…
un abbraccio a tutti
r.
Mer alle 23.33 · Filippo DavòliCredo sia inevitabile che i poeti/profeti (ossia i poeti) siano condannati ad una condizione quanto meno di alterit… Visualizza altroà rispetto al danaro (e dunque al potere). Non solo e non tanto per una purità che non ha senso, quanto piuttosto perché il dire del poeta/profeta (e dunque del poeta) è sempre necessariamente oltre. Non più a destra o più a sinistra: oltre. Un’altra cosa rispetto al potere (e dunque al denaro). Vero si è che ne conosco molti che in realtà, sul rapporto stretto col potere, ci hanno costruito una piccola fortuna: resta da dimostrare se siano poeti. Se ne occupino i critici. A me basta tenere la direzione sempre antica e sempre nuova della turris. Le cui finestre però aprono all’aria di ogni uomo.
Gio alle 1.03 · Roberto Ceccariniben detto Filippo!
Vincenzo Mascolo meglio dunque se fossero ricchi: potrebbero essere pi… Visualizza altroù liberi, indipendenti da qualsiasi consorteria (letteraria, editoriale, politica, ecc. ecc. ecc.), da qualsiasi appartenenza (salvo quelle di sua libera scelta), da ogni canone, dal dominio della “poesia dominante”, dalle “linee” e da tutte le altre diavolerie delle quali il nostro mondo letterario si riveste. forse la ricchezza (o almeno l’agiatezza) consentirebbe ai poeti di vivere serenamente, e senza dover dare conto di niente, la loro condizione “aliena”.
Ieri alle 22.38 · Roberto Ceccarinibella considerazione Vincenzo!
Ieri alle 22.57 · EliminaGianluca Chierici(solo i poveri baciano con la forza degli uragani) roberto dossi
Ieri alle 22.59 · Diana Battaggia… se poi anche gli editori godessero di una certa agiatezza, potrebbero operare meglio sul fronte diffusione del messaggio poetico …
3 ore fa · Diana Battaggiarettifico e preciso, i piccoli editori.
3 ore fa · Do Arkigli editori e sopratutto i piccoli dovrebbero innanzitutto saper scegliere e poi è un dato di fatto tutto italiano dove la poesia non ha quasi mai riscontro nelle vendite tranne casi rari
sarà arretratezza come dice la quintavalla
o una questione del si pubblichi purchè venda
vedre giusto tra poeta ed editore può essere una via d’uscita magari secondaria ma comunque uscita da queste sabbie
c.
2 ore fa · Diana Battaggia@do arki - la scelta è fondamentale ma pur sempre riferita a impressioni personali per cui opinabili da altri. Oltre a tale consapevolezza, un nodo “scorsoio” per i piccoli editori resta la distribuzione. L’impegno alla diffusione, per la realt… Visualizza altroà a me nota, è costante così come l’entusiasmo e la passione che, ahimè (o per fortuna) restano le uniche leve propulsive in quanto la spinta naufraga, il più delle volte, in un mare di indifferenza proprio perchè la poesia non fa cassa. La stretta vicinanza autore/editore rafforza comunque la spinta: più ‘capetoste’ insieme possono, tutt’al più, consolarsi vicendevolmente
58 minuti fa · Do Arkiautore/editore corpo unico
la buona poesia resisterà sempre al tempo
da quella scelta iniziale all’ignoto futuro
il consolarsi si tramuterà in consolidarsi
c.
29 minuti fa ·