Normanno da "O il capriccio o il fato"
(Normanno ‘93 autoritratto)
Trènos per cosmonauti sovietici
Pensando allo stare su un greto
tra odorose conchiglie fruscianti steli
con sulle labbra la strenua fragranza
dei Sali, nelle orecchie il tamburio
delle navi fameliche! Gabbiani
di perlaceo piumaggio, calcareo strido
volare sopra di noi silenziosi
lungo la riva del mare loquace e congruo!…
E fossero pur piombate a terra
con strepito le Piramidi o i ponti
spavaldi di Manhattan la temeraria,
allora, quando le tegole del Sole
né sofismi né venti avrebbero scosso,
o dopo, quando caprino tanfo avrebbero
offerto le sconquassate case a Demetra,
nessun fastidio avrebbe segnato
la leggera corteccia del mio orecchio,
nessuna moneta mi avrebbe comprato
una stilla di pianto, un “oh!” desolato!…
Impresa grande sopravvivere agli estremi
delle stagioni, all’invadenza delle maree,
siglando aforismi diari, graffiando simboli;
sfuggire alla lama del vento
in altopiani, in calanchi, in abissi
con indumenti di lana o di stoppa!…
E in un attimo voi, cari, capiste
cosa contengono tutte le angosce
dei viaggi, di traslochi, dei rapimenti;
capiste il pianto della serva licenziata
e il dispetto della recluta comandata,
la torva malinconia del detenuto
e l’isterico riso del superstite
assordato, smagrito, bruciacchiato,
la querimonia del cane estromesso,
l’occhio mite del bue segregato,
tutti gli anonimi fascini dei macelli!…
Pensando allo stare in poltrone
damascate, con crivelli enigmatici
tra le mani, sorteggiando o pasteggiando
le vite delle tribù raccolte presso
una frana o una fonte! Fissare insegne
da usarsi in pochi anni o in generazioni
tra miasmi di canfore o di muffe,
tramandole di private convenienze!
Qua, in questa nostra angusta crosta
Friabile, velata da grasse scorie,
spaccata dalle macchine irriverenti,
orbata dei figli animali,
oltraggiata nel costume dei ragionevoli,
arsa nei boschi, invasa nelle montagne,
rigata per giuoco da fanciulli criminali,
fatta deserta di ingenui viventi
tra le onde, nell’aria, tra le erbe,
comprata e rivenduta da sovrani
isterici, smaniosi, prepotenti!
Impresa grande perdonare il debole,
palpeggiare la spalla al ladro pentito,
sorridere riguardando le schegge vitree
iridescenti delle nostre lenti
di miope, di temerario, di rassegnato,
colpite di pugno del Titano!…
Dunque un ermetico ghigno avrà brillato,
nei funebri musei della nostra storia,
sopra i crani sdentati degli oranghi,
dei sauri, dei cetacei, dei marsupiali,
quando sulle violette borse i vostri
umidi occhi si sono serrati
a questa cardiopatica potenza…
Era la sacra vendetta dei moduli eterni
ad adattare sul segreto cosmico
il nostro miope mistero, il blioso dubbio?
Se c’è limitata scelta (o c’è, ormai!…),
preferisco voi vittime, la Natura superstite!…
(Cagliari, 8 Luglio 1971)
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A fregiarsi del titolo di epigoni – Da “Liminaria”
Il giorno dopo la gara dei ciclisti
le siepi di vitalba apparivano invase
dai biocchi bianchi di bava sputata
dai ragazzetti agonisti alle finestre
dell’afa domenicale con rabbia sadica.
L’aurora vestì camicie inamidate;
si affacciarono spettri alle mansarde
chiedendo gli ultimi calibri della storia
percorsa elegantemente dalle gazzette…
Io, setacciando la valle Garfagnana
come un antico pellegrino, avevo
alle porte di Lucca intimamente
compreso nella luce e nel marasma
cosa gorgoglia nel canto spiegato di Mignon:
quelle note di alba australe,
le cavalcate al margine degli oceani,
le sofferenze di Gaugain prodotte
sull’altra ampolla vitrea della clessidra!
E avevo visto donne scarmigliate
distribuire orciuoli di acqua diaccia,
lontano da tutti gli sguardi dei giuri,
a questo o a quello degli irsuti contendenti;
avevo scorto fanciulle impermalite
strepitare meccaniche di inganno
ad ogni transito della ronda cicalante,
raccolto il loro invito disumano
a una vittoria “costo quel che costi”
Perciò, poi, solo, ritto accanto all’urna
di te, Ilaria, nel tepore della chiesa
e nel verde silenzio vespertino
tramato dalle superstiti vocazioni,
quando provvidenziali refezioni
irroravano gli ultimi affamati,
come irrazionalmente provocando
il mio puro amore che giaceva lontano,
dolorante, ho domandato:
“Tu che sapevi di giuochi di erotismo?
Quanta bontà sgorgava nel tuo giorno
da tante repressioni del primo istinto
e quanto si misurava sugli aforismi
platonici, nei meriggi penetrati
da tutti i sornioni effluvi di glicini e tigli?…
La tua morte immatura è proprio un fiore
maligno di papille non sfiorate,
di temerari giudizi non covati!…
Guarda come hanno leso questa Natura
perché nell’altoparlante la voce roca
possa ben declamare il nostro diritto
a fregiarci il titolo di epigoni estremi,
di maestri di buona vita!
Nei silenzi cullati dai telai,
nelle attese scandite da letture
la tua bellezza fu forzata al gusto
del bene, dell’equilibrio, dell’amicizia!”
(Lucca, 29 Luglio 1974)
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E dunque nella parcella catastale
che nutre il modesto orto del mio scetticismo
per tante insane promesse dell’estro civile
un brulichio di voci e di tensioni
anima il poggio verde,la zolla bruna.
Si espandono per deserti e per foreste
gli appelli ed i messaggi, voti e minacce,
calcoli estremi di meriti e di colpe
sono stenteoreamente declamati
oppure scaltramente alterati e occultati
da alcuni fortunati o da avventurieri.
…Sui tratti fisionomici indiscernibili
emerge il sigillo vocale inimitabile,
l’impronta di ciascun pollice denuncia
i caratteri vani tuttavia unici
di sfruttate,spossate identità…
-Quella prostituitasi con la mosca,
quella carpita dal rovo no, Signore;
la nutritasi in fango, no, Signore,
non redimerla, non beatificarla!
Abbi la massima stima del tuo genio,
non farlo sgretolare a tante miserie!
Se bene impiegherai il tuo Sacro Talento
vedrai utilmente restringersi il nostro convegno,
cordiali moniti potremo palleggiarci
tra scranno e scranno del Radioso Paradiso
con te Pantocrate noi degni superstiti.
Attraverso il tuo occhio scruteremo
il rogo delle storiche cataste
in cui è andata dispersa l’onda vitale
quando le moltitudini spronate
a razionale alacrità non seppero
più come conciliare istinto e ragione…-”
Normanno (Luigi Romano) nasce a Roma dove studia filosofia e musica, dal 1974 risiedi a Cori (Lt). Ha insegnato Filosofia e Lettere. Ha pubblicato tra il ’58 e il 62’ in riviste specializzate recensioni e studi sulle problematiche di massa. Agli inizi degli anni ’60 ha svolto intensa attività editoriale presso una nota casa editrice romana, redigendo tra le altre cose “storia della musica” enciclopedia per ragazzi. Nel 1962 una sua commedia “Il verde Giorgio” veniva selezionata in un concorso bandito dall’Istituto del Dramma Italiano.
Dalla metà degli anni sessanta si è dedicato alla pittura e fino al 1974 ha esposto in personali e collettive. In poesia ha pubblicato: Sintagma (1963) “Il miracolo intenso della casa” (De Luca 1971) “O Capriccio o il fato” (1973) “Avanguardia della primavera” (1974) “Liminaria” (1983) “Replicare alla sfinge” (Edizione del Leone, 1994) “Mentre uomini ed astri tornano in ciclo “(1995) “Urgenti per la fine alchimia” (Edizioni del Leone 1996) “Ellenica è la ragione” (Fermenti 1998)
“Poeta in Ninive” (Book Bologna, 1999)“Due poemetti: “Confessione fisiologica di Albrecht Durer e Quando Pierre Clastres decisenon più viver”e ( Fermenti 2001) “Da Alchera alla City” (Book Bologna, 2005).Sue poesie sono comparse in varie epoche su varie riviste: Scena illustrata, Arte e Poesia, Prospetti, Galleria, Tempo presente, Forum Italicum ecc). Dal 2008 si è quasi completamente impegnato nella composizione posizione musicale su computer.
Da un incontro casuale durante un reading a Sermoneta (”silenzi in forma di poesia organizzato da B.Madeccia”), nasce l’idea di questo progetto lettura. Luigi Romano è autore compositore fuori le righe, al di là delle mode…
E’ questo che mi ha colpito conversando con lui. La sua formazione gli impone delle scelte ” di ordine formale ideologico” ben precise( “vale a dire in critica distanziazione tanto da tentazioni lirico-ermetiche che da compiacimenti sperimentali”)
Per il momento non aggiungerei altro, se non di augurare a Luigi, che ringrazio a nome di tutto lo staff, un buon “soggiorno” in questo lido e a tutti visitatori un buon ascolto.
roberto
Un’assoluta, tradiva rivelazione, per me, questa poesia di Normanno, anche tenendo conto delle date di scrittura.
In ‘Trenos’, tra la declamazione e la ricercatezza verbale, si insinuano limpidezze e invettive turoldiane; in ‘fregiarsi’ sia l’incipit che la cadenza mi ricordano Attilio Bertolucci, in un testo proteso, per tematiche, verso un leopardiano finale.
Complimenti davvero a Luigi Romano (anche per l’ottima autolettura); grazie a Roberto per la scoperta e la proposta
Antonio
grazie Antonio (Antoinio Fiori), per gli intelligenti accostamenti. Credo che Luigi gradirà.
Attendiamo lumi, direttamente da lui, , sulla scelta semantica e stilistica…non propiamente “all’avanguardia”, già da me accennata nel primo intervento
r.c.
apprendo or ora, che Normanno ha avuto in questi giorni problemi di connessione. Si scusa per non essere ancora intervenuto ( non è certo dipeso dalla sua volontà), ma tenterà in extremis, probabilmente domani, di rispondere alle nostre sollecitazioni.
Intanto ci ringrazia.
roberto
La mia tardiva risposta all’invito del blog è stata distrutta da una errata manovra del clic. Provo a ricostruirla a memoria confortato dal fatto che si appoggiava su un vari frammenti di altra mia poesia mirando a mostrare come i motivi presenti nei due stagionati componimenti del ‘71 (infine filtrati nel blog da un libretto ricomposto con paterno senso nostalgico per la trascorsa primavera, dal poeta, in occasione del suo ottantesimo compleanno) siano stati nei decenni perseguiti e dilatati con spietata dialettica conseguenziariai e reinterpretati in altre imprese creative, figurali, drammatiche, narrative, memoriali, ecc. Intanto, perché dico tardivo il mio ringraziamento a Roberto? Perché la comparizione di quei testi sul blog è caduta nel periodo dell’anno in cui da 35 anni - vale a dire da quando ho lasciato Roma e “via dalla pazza folla” mi sono dovuto/potuto infine recludere in una ben fruttuosa, sobria ma ben “impermeabilizzata” residenza campestre a sud di Roma. Mansione, quella della raccolta del frutto, che ogni anno mi ispira fantasiose trasvalutazioni della sua consistenza agreste e umile in epopea dell’umanità nel confronto con l’ assoluto. Da “Del mio essere, del mio scomodo poetare” - in “Da Alchera alla City”, per Book ed.,2005 (il titolo così sconciato da disattenzione dell’editore, doveva essere “Dall’Alchera alla City”!…)-: “…E dunque nella parcella catastale/che nutre il modesto orto del mio scetticismo/per tante insane promesse dell’estro civile/un brulichio di voci e di tensioni/anima il poggio verde,la zolla bruna./ Si espandono per deserti e per foreste/gli appelli ed i messaggi, voti e minacce,/calcoli estremi di meriti e di colpe/sono stentoreamente declamati/oppure scaltramente alterati e occultati/da alcuni fortunati o da avventurieri./…Sui tratti fisionomici indiscernibili/emerge il sigillo vocale inimitabile,/l’impronta di ciascun poillice denuncia/i caratteri vani tuttavia unici/di sfruttate,spossate identità…/-Quella prostitutasi con la mosca,/quella carpita dal rovo no, Signore;/la nutritasi in fango, no, Signore,/non redimerla, non beatificarla!/Abbi la massima stima del tuo genio,/non farlo sgretolare a tante miserie!/Se bene impiegherai il tuo Sacro Talento/vedrai utilmente restringersi il nostro convegno,/cordiali moniti potremo palleggiarci/tra scranno e scranno del Radioso Paradiso/con te Pantocrate noi degni superstiti./Attraverso il tuo occhio scruteremo/il rogo delle storiche cataste/in cui è andata dispersa l’onda vitale/quando le moltitudini spronate/a razionale alacrità non seppero/più come conciliare istinto e ragione…-”
Pensato agli spazi che nella pagina poetica e nella drammatica lorchiana e machadiana occupa l’immagine degli olivares iberici; in “Ode a Salvador Dalì” l’oliva impiegata a marchiare la fisionomia del personaggio “Salvador Dalì dalla voce olivastra!…” La citazione dal mio libro a mostrare un punto ulteriore di sviluppo, a esemplificare in concreto cosa si intende per quel impiantare il poetare a distanza dai due estremi del vago sentimentalismo e dal compiacimento formalistico. E poiché riguardo all’insorgenza del motivo stesso già qualcuno qui stesso ha rilevato la ‘precocità’ del suo appostamento sarà bene chiarire che quella vocazione naturalistica da cui prese avvio già nel fanciullo, cresciuta in solitarie riflessioni sugli effetti catastrofici del conflitto guerresco, venne ulteriormente potenziato dallo studio del patrimonio ancestrale registrato nei “Miti e leggende” del Pettazzoni, dallo studio dell’opera di Lucien Levy-Bruhl, dei Konrad Lorenz, dei Gunter Anders, degli Ivan Illich, dei sociologi americani del dopo guerra, David Riesman (”La folla solitaria”, “Visi nella folla”), Revers (”Psicologia della noia”), Sprott, Hauser, ecc., dello stesso recupero alla attualità, in età di nefasti effetti del c.d. miracolo economico, della profetica “Teoria della classe agiata” di Torstein Veblen, insomma di quanti e quante opere hanno allarmato sugli esiti rovinosi della orientazione di quel che, con sarcasmo e malizia, uno Charles Fourier - nella prospettiva angosciante l’inclusione del c.d. utopista mi pare doverosa…- connota come “civiltà”… Naturalismo, fisiologismo, problematica del concreto sopravvivere inteso come aspirazione alla realizzazione di quella felicità in terris realizzabile con saggio impiego delle risorse naturali e da contrapporre ai fantasiosi auspici di una felicità offerta in sopramondi soltanto come premio per una cruda sofferenza patita sul pianeta! Nel poemetto “Confessione fisiologica di Albrecht Durer” - edito per Fermenti nel 2001 ma scritto a partire dal ‘79 - preso spunto da un saggio di Daniel Rops che prende abbrivio dal c.d. maniacale interesse di Jonata Swift per la scatologia -quella vocazione naturalistica si condensa nella immagine della resa-scambio reciproca, tra individuo umano e Madre Terra, di alimento e di scoria residua risultante; e la dialettica poetica si concretizza e si attiva come didattica, propedeutica, pedagogia, in una rivalutazione della funzionalità civile del letterario, mi pare.
Mi riservo di replicare alle altre osservazioni se si susciterà qualche discussione su quanto intanto annotato da tutti al riguardo dello spunto proposto affettuosamente da Roberto; preavvertendo che di quanto emergente nel discorso su poesia va correlato, per quanto mi riguarda, con gli effetti creativi paralleli di centinaia di quadri reclusi nel mio studio dagli anni sessanta, otto ponderosi titoli teatrali rinchiusi nel mio computer, e centinaia di pagine di prosa, cose tutte che soltanto pochissimi ’sapienti’ hanno qualche volta ‘tastato’…
Il rigoglioso argomentare e ricostruire del discorso di Normanno induce qualche provvisoria conclusione:
1) il poeta fa nel linguaggio quanto fa con la natura agreste: semina, coltiva, innesta, raccoglie frutti polisemici
2) le radici delle sue parole, delle piante del suo discorso poetico, sono profonde e ramificate nella storia, nella vita, in una continua e oscillante contemporaneità
3) il ‘fanciullo’ che s’apprestava a prendere la strada della scrittura voleva conoscere e capire il mondo, si nutriva di Lorenz e Veblen e di uno stuolo di eccelsi pensatori
Poi forse scopre che la poesia ha suoi misteriosi percorsi di conoscenza, multiformi estetiche, mete cangianti e improbabili. E a volte di mette nel bel mezzo di una verità senza che nè il poeta nè il lettore sappiano come.
Grazie all’autore per il bellissimo commento
un saluto a tutti
Antonio
grazie di cuore per questo bell’intervento dotto corposo e illuminante sulle tue scelte, sulla tua scrittura, carissimo Luigi. Una ricostruzione che ripercorre a grandi linee il tuo percorso intellettualletterario e che ci fa ben capire dove poggiano le tue ispirazioni. L’ ora tarda non mi fa soffermare in maniera calibrata e incisiva, come meriterebbe il tuo bell’ interventopreferisco. perdonami.
a domani per eventuali ragguagli.
intanto grazie,
roberto
non avevo notato, caro Antonio il tuo bell’intervento di ieri.
grazie, anche per l’immagine poetica del filosofo poeta che nel cercarsi “scopre la poesia e i suoi misteriosi percorsi di conoscenza”.
Nel ringraziare Luigi per il suo contributo poetico ma anche per il cangiante e illuminante bel commento, ho voluto omaggiare questo nostro incontro inserendo la poesia di recente composizione, direttamente alll’nterno del post.
spero che sia, per Luigi, cosa gradita e che dia la giusta panoramica spazio-tempo, vecchio-nuovo del suo poetare (e filosofeggiare).
Mi auguro di rincontrarci presto, caro Luigi, qui se vorrai, nel nostro piccolo punto d’incontro “virtuale”, o live, per un caffè, quattro chiacchiere…
tuo,
roberto
Approfitto della nuova chiamata in lizza per completare il riscontro con gli altri amici. Apprezzamento per la sagacia e tempestività/immediatezza del rilievo sullal data delle prime poesie (”…anche tenendo conto delle date di scrittura”). Quanto a “limpidezze e invettive turoldiane”: una prima lettura di Turoldo devo aver fatto in periodo di studi universitari; altra assai più in qua nel tempo, subito e poi sempre attratto dalla esposizione del severo, ausero messaggio nel metro “agile”.Quanti hanno rilevato noiosamente il frequente ricorso all’endecasillabo nella mia poesia edita non potevano sapere quanto più spesso e per tempo ho adattato il discorso severo o leopardianamente drammatico nella “ginnica” di enjembements, rime e assonanze interne, agganci di ondulii ritmici con spigolosità nevralgiche della dialettica, già nel primo libro edito, quel “Syntagma”(uscito in pochissime copie nel ‘62 e apprezzato allora da Giacinto Spagnoletti. Nel ‘volume’ inedito delle poesie di Spagna (1962-63) adattando alle mie necessità il cantare iberico, forse incitato dalla lettura dell’”Alvargonzalez” di Antonio Machado. Ho letto “La camera da letto” di Bertolucci in pieni anni 90, apprezzando la imperterrita sostenutezza del tono, il più conferente alle proporzioni di un romanzo in versi nel quale il poeta sfida il lettore: “Sta alla tua intelligenza e acribia oltrepassare lo spettacolo della mia personale sofferenza dei fatti e desumere quelle risultanze utili ad una etica ‘per sempre’…”. Del resto,troppe volte- riconoscendo a forte distanza da mie scritture, in autori prima a me ignoti, ricorrenze che mi davano addirittura impressione di quasi ‘medianica meccanica’ dell’essudato ideario, ho trovato - ancora una volta tardivamente - consolazione nella tardiva lettura di Borges (”Storia dell’eternità”). Da molto tempo mi sono convinto che la mia intempestività con il mio tempo mi è tornata assai utile, sia impedendomi di eventualmente accorparmi con tati imitatori di un genere o di una personalità momentaneamente prevalente nel credito sia dispensandomi dallo scrivere per commissione, Alla discussione della mia tesi di laurea (sornione relatore Ugo Spirito; titolo:essenza dell’arte definita nel rapporto con la conoscenza e la morale) venni letteralmente azzannato più volte da Guido Calogero per l’impostrazione gentiliana del mio discorso (imposta a me dall’esaltante lettura della “Filosofia dell’arte” di Giovanni Gentile), temeraria in un’epoca (1953) di assoluto imperio del pensiero crociano nelle università e nel domain letterario…
E dunque ben venga, se così fruttuosa, questa intempestività col proprio tempo e questo riscoprire a posteriori quanto abbiano scavato parallele o precedenti letture.
Quasi un aneddoto poi la ricostruzione di tal tesi di laurea del 1953 (con tanto di pugnace diatriba tra Spirito e Calogero, oltre che tra allievo e professore antigentiliano)
mille grazie a Normanno
Antonio
E’ un piacere leggere i commenti dell’amico Luigi, vero Antonio?. Sembra di essere a lezione, quando il professiore spiega partendo dalle origini e fissando i punti cardini del discorso.Con maestria Luigi racconta le sue letture. Peccato che io conosca, delle qui citate, solamente “La camera da letto” del Bertolucci e qualche reminiscenza Borgesiana (che somaro che sono!).
Annoto come sia curioso e rilevatore il discorso(di controtendenza) che fa Luigi “sull’intempistività col proprio tempo”, anche se alle prime, potrebbe sembrare un discorso elitario e di chiusura.
Grazie ancora Luigi, a nome di tutta la reazione di oboe (Antonio Fiori compreso, ovviamente).
roberto
Caro Roberto, ho udito via radio, per caso, dell’articolo con cui il presidente della regione Campania, tra i disperati tentativi di trattenere stretta al proprio sedere la poltrona, giuoca la denuncia di una ‘monnezza’ siciliana taciuta chissà perché… La mia poesia del ‘72 (compresa in quello stesso ormai introvabile mio libro da cui hai tratto quei componimenti miei che hai voluto produrre sul blog) la denunciava ben chiaramente, quella ‘monnezza’ siciliana quando ancora Bassolino - e con lui i nostri politici interessati a ben altro che il concreto interesse della gente - chissà a cosa rivolgeva i propri interessi. Ti trasmetto, ancora una volta quei versi per ribadire che, in una Italia che tra i suoi uomini di lettere meritevoli ha anche annoverato un Parini, può anche sopravvivere qualche scrittore che, mai accettato da grandi editori e mai gratificato ufficialmente perché tenutosi sempre a distanza da sperimentazioni e da paternità adottive di emergenti, da velleitari e inconcludenti sentimentalismi, ha prodotto - e ancora produce - opera che costituisce messaggio tempestivo per una collettività che ambisca a realizzare autentica felicità in terris e convincere ad assegbnar merito di utilità pratica a un ‘mestiere della parola’ su cui tanti eterei affabulatori speculano secondo me per recar acqua al loro mulino in secca… affettuosamente, Normanno. Titolo: Prima dobbiamo salvare il pianeta, poi la casa. Senti come risuona argentino il palo/ metallico che le unghie nel buio urtano/palpando l’angusto limes della tenda/in cerca del giaciclio su cui sognerò/anche stanotte, dopo viste seducenti di umane industrie, scatenate giovinezze!/Come un gigante guardingo, come un oceano/inquinato dall’uomo, come una rupe/ròsa giorno per giorno su cigli misterici,il nostro più provocante giudizio affonda/nella carne degli uomini:”Tutte le smanie/di imperi comodi sono affanni inutili!…-/strepita ora l’aria in cui immergono il corpo/nei diurni clangori, protervi o pentiti-/ Ma l’ultima verità è che l’uomo deve/trovarsi un modo degno di limarsi/e di elidersi, dopo aver bonificato/l’antro che ha reso infetto per insipienza/o per sordida gola, sazietà infame,/per fantastico orgoglio o cancrena fatale!…” - Qui, nella bella Sicilia a cui “la colomba/ prestò il collare, screziato manto il pavone” (Ibn Hamdìs),/ qui dove Goethe dedusse l’archetipa pianta,/in una prossima erratica primavera/il pattumiere Plutone vorrà rapire/una lentigginosa Proserpina, irsuta, isterica;/ e infine il nosgtro inverno durerà eterno!…/C’E’ UNA COLTRE DI RIFIUTI SULLE ZOLLE/E TRA GLI ALBERI;/NEI CUORI SI TRASTULLANO/FELINE ESSENZE VIGLIACCHI PUDORI:/L’ASFALTO MANGIA I FIORI, LA VITA SI TRUCCA!…/NOI NEL FCRASTUONO SCAGLIAMO I NOSTRI INSULTI/A TUTTE LE LATITUDINI E LONGITUDINI/DELLA FOLLIA DEL SECOLO,PONIAMO/SUI NOSTRI VOLTI FREDDEZZE STUDIATE/DOPO AVER TRIBUTATO FORMALE ASSENSO/A IDIOMI COSMOPOLITICI FANTASIE ESTROSE…/ PRIMA DOBBIAMO SALVARE IL PIANETA,POI LA CASA!/PRIMA DOBBIAMO RIUSCIRE A CASTRARE L’ORGOGLIO,/POI DOMANDARE AIUTO ALLA PROVVIDENZA!… (Palermo-Favorita, 7 luglio 1972)
Ti ringrazio di cuore caro Normanno, per questo ulteriore commento-denuncia del sistema itlico- letterario e non solo.
Commento comprensivo oltre della citazione del bel libro di Goethe “viaggio in Italia”, di un tuo omaggio poetico dal bellissimo illuminato titolo: “prima dobbiamo salvare l’universo, poi la casa”.
Un testo scritto in tempi non sospetti (1972) dove denuncia nefandezze di certe amministrazioni comunali, un testo che mi rimanda per poetica, cantabilità, tematica a certi “canzoni” di Franco Battiato, vedi “Povera Patria o l’ultimo “Inneres Auge”.
Denunciare per poi rifugiarsi, ritrarsi verso la linea verticale dello spirito “ma quando ritorno in me sulla mia via a leggere e studiare ascoltando i grandi del passato, mi basta una sonata del Corelli perchè mi meravigli del creato”.
grazie del prezsioso contributo Luigi,
buona giornata,
roberto